Demons

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Shura (1971) – Toshio Matsumoto / Giappone

Poco tempo dopo il geniale “Funeral Parade of Roses”, Toshio Matsumoto scrive e dirige con lo stesso estro innovativo un altro dei più importanti e significativi manifesti della new wave giapponese; il maestro della corrente, forte del successo riscosso due anni prima, prosegue la linea stilistica dedita alla sperimentazione più anarchica, figlia di un palese dedito a voler rivoluzionare il linguaggio cinematografico stravolgendone canoni ed archetipi prestabiliti.

In questo senso appare molto chiara la scelta di un soggetto di genere Jidai-geki, che sviluppi quindi l’ambientazione in un contesto storico antico riproducendo prettamente vicende di samurai; e su questo appunto si basa la narrazione del film che ruota attorno al personaggio di Gengobe, samurai in esilio afflitto dall’amore per una geisha la quale presto tradirà la fiducia del samurai, derubandolo per poi fuggire assieme al marito. Divorato dalla sconfitta amorosa e dal desiderio di rivalsa, Gengobe si avventerà alla ricerca dei due, scatenando un’onta di sangue senza confini, una voragine di violenza smodata ed incontrollabile: un vero e proprio pandemonio (come suggerisce il titolo alternativo).

Ad un tratto ecco il Sole, in procinto di tramontare su uno sfondo rossastro che va scurendosi sempre più (e da lì in poi il film sarà interamente girato in bianco e nero). Così si apre il film che sin dalle prime immagini lascia intuire la propria eccezionalità, riscontrabile appunto in quell’attitudine tipicamente nipponica di saper far convivere temi, stili e generi nella stessa opera senza che questa ne risenta minimamente. Qui infatti non si tratta solamente di raccontare una determinata vicenda, bensì di saper piegare il mezzo al proprio fine, ossia, parafrasando, di sperimentare una forma del tutto originale che accompagni ed allo stesso tempo supporti lo sviluppo narrativo nella sua integrità. E molti sono gli elementi che si presentano di supporto in questo senso, ognuno dei quali estremamente funzionale alla resa di un’atmosfera sempre più morbosa ed esuberante che generi un tono di progressiva tensione mantenendo un ritmo generalmente alto; da qui la scelta di sfruttare il primo piano come tramite per esprimere in maniera rapida ed efficace un senso di instabilità durativo e perfettamente adatto alle circostanze esposte. E così, grazie anche ad un gioco di ombre e luci studiato meticolosamente per enfatizzare un certo contesto, l’autore riesce a riprodurre gli eventi consegnando loro una forte carica di realismo ed un enfasi fuori dal comune.

La trasgressione sociale del precedente lungometraggio qui è puramente strutturale e si palesa infatti nella sovversione della messa in scena, nel rifiuto di ogni sorta di didascalismo, sebbene in fin dei conti entrambi si ricongiungano in un impianto narrativo pur sempre tradizionale. Ciò che si evince pertanto è una forte inclinazione ad esaltare la rappresentazione in sé, vedendola non più come tramite ma piuttosto come fine stesso dell’opera. Un’operazione alquanto rivoluzionaria nell’ambito ma non del tutto nuova per il Cinema orientale del periodo, già dimostratosi dedito ad esperimenti simili per esempio attraverso autori come Shinoda (vedasi ad esempio il suo “Double Suicide”) o Imamura. L’opera di Matsumoto risulta tuttavia differente se contestualizzata nel genere di cui facente parte e quindi vincolata a dover produrre un contesto, ora di tensione, ora di disgusto, e proprio perciò risulta particolarmente riuscita nel suo essere singolarmente ripugnante quanto preziosamente innovativa.

Il secondo, e purtroppo già terzultimo, lungometraggio del regista nipponico, si rivela in definitiva molto più pregevole di quanto possa apparire; un universo di contrasti armoniosi e situazioni piacevolmente devianti, forti di un avanguardismo mai fine a se stesso e di un’impronta autoriale netta e decisamente valida, la stessa che, in fin dei conti, si dimostra poi essere il reale valore aggiunto del film.

Voto: ★★★★/★★★★★

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