Double Suicide

Shinjū: Ten no amijima (1969) – Masahiro Shinoda / Giappone

Riprendendo l’antica tradizione teatrale del kuroko la vicenda rappresenta, con attori e uomini dello staff vestiti completamente in nero (e interagenti anche durante la storia), le vicende di Jihei, marito assente e scarso lavoratore, e di Koharu, una prostituta di modesto borgo. Il loro amore morboso e irrefrenabile porterà entrambi alla fine delle loro reciproche vite, materialmente, fino ad un doppio suicidio.

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Non c’è ombra di dubbio che l’intera opera vanti un’importanza meramente realizzativa. Come già anticipato la sceneggiatura è priva di particolare ricamo narrativo e segue il tradizionale corso di sviluppo del periodo. Nobile però da parte del regista il voler dare vita nuovamente ad un’antica tradizione giapponese, contraddistinguendo il film per una poetica del visivo assolutamente originale e degna di nota, quasi ai livelli del successivo ‘Himiko’, prediligendo come già accennato al puro intreccio i diversi piani figurativi, l’impiego cioè di tecniche registiche poco impiegate e inquadrature che privilegino la cornice della storia alla storia stessa, l’atmosfera che permea il dramma al dramma stesso di per sé piuttosto semplice. La storia si contraddistingue poi per un ritmo abbastanza fluente e mediamente scorrevole, i personaggi rivestono notevole importanza.

Un film che prova con estrema intelligenza ad analizzare il confine tra realtà e finzione, unendo con una tecnica minimalista e somigliante quasi al filone assurdo (in questo senso riconducibile a opere come ‘L’impiccagione’), una storia passionale dandole un connotato al contempo tanto artificioso quanto di fatto pieno di sentimenti ed emozioni, per questo dunque reale e tangibile, tanto da coinvolgere lo spettatore nella drammatica vicenda dei protagonisti. Un’indagine che ammicca però ad una ricerca altra, il grande dramma al centro dei problemi familiari e fisici che possono portare l’essere umano a mettere in dubbio non solo ogni equilibrio ideologico e personale, ma anche a sacrificare la stessa vita a causa dell’amore. Amore che qui viene visto perciò come una forza malefica e negativa, unicamente fonte di dissidi e mai realmente utile, semmai corrosiva.

Shinoda si distingue per un uso saggio e consapevole della mdp mettendola al servizio dell’ingegno costruttivo nonché innovativo (un po’ come nel suo periodo i vari Matsumoto, Terayama ecc) non come messa in mostra di valori o contenuti ma anche come mezzo di analisi ravvicinata dei problemi dell’uomo inserito nel proprio nucleo quotidiano; finale degno di menzione.

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Voto: ★★★/★★★★★

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