Raging Sun, Raging Sky

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Rabioso sol, rabioso cielo (2009) – Julián Hernández / Messico

Presentato al Festival di Berlino 2009 e vincitore del Teddy Award (premio dedicato ad opere con tematiche LGBT), “Raging Sun, Raging Sky” probabilmente vanta su ogni altra cosa il merito di aver saputo ricreare l’universo in causa con una crudezza ed un’umiltà ammirevoli. Soggetto delicato pur per un Cinema come quello Messicano che nell’ultimo decennio ha dimostrato di voler e soprattutto di saper affrontare tematiche importanti con un approccio a dir poco demistificatorio. In un frammisto di rimandi, RSRS si dimostra attento alle dinamiche dei corpi, rema verso una concezione degli spazi altamente scenica, ragionata e si conferma in definitiva straordinariamente abile nell’adeguare la regia alle varie necessità sceneggiative mostrando in questo senso grandi risultati.

Un film però a tratti arcano, fatto di corpi nudi, oscenità, e, su tutto, fasci di colore spento (verdastro che si mischia al grigio vigente in una tavolozza sporca ma mai anonima o dozzinale). Le peculiarità stilistiche che lo caratterizzano si prestano a svariate dissertazioni tecniche, in quanto particolarmente ricche di estro e sensibilità artistica, del resto l’apparato formale manifesta con evidenza un protagonismo fuori dal comune ponendosi con coerenza nei confronti del leitmotiv. Scelte espressive anticonvenzionali particolarmente audaci si palesano fin da subito nella fotografia in continua mutazione e in un mutismo predominante sulla scena. Si lascia spazio ai pensieri e alle fantasie mentre l’atto sessuale nella sua egemonia conserva un’irruenza sincera ed istintiva in discordanza con gli elementi circostanti.

Si scinde tra piacere libidinoso e piacere spirituale sfruttando un intreccio piuttosto ordinario ma conferendogli una struttura sui generis ed un impianto visivo mosso da uno stile altamente visionario. In questo modo si ottiene una concatenazione di eventi che non risulta mai in quanto tale, piuttosto come supporto rappresentativo di un’estetica rarefatta per quanto estremamente rigorosa. L’omosessualità, tema centrale nelle opere dell’autore, si riconferma ispiratrice nella realizzazione di un immaginario cinematografico che altrimenti non avrebbe origine. Tale componente, l’omosessualità appunto, viene inoltre specificatamente indicata come matrice di forti sentimenti, non esclude un eros (al contrario assai presente) e persiste in ultimo finanche alla morte. A differenza di altri autori come Miike (“Big Bang Love, Juvenile A”) e Raya Martin (“Next Attraction”), il suddetto sviluppa il tema centrale in un alternarsi di romanticismo e rabbia, come a distinguere tra rapporto e rapporto, curioso a questo senso il parallelismo più volte proposto tra relazione omo ed etero-sessuale (vedi prime sequenze).

Nondimeno a stupire maggiormente è l’audacia impiegata nella costruzione di una storia tanto complessa, l’ingegno dimostrato nell’arricchire quest’ultima grazie ad una regia superba se non quasi sopra le righe, la creazione di un universo pressoché onirico dove ogni azione, sguardo o altro viene fatta risaltare incastonandosi all’interno di un determinato scenario-significante. Fulcro dell’opera può essere tuttavia considerata la seconda parte, quella senza alcun dubbio più mistica, favolesca e spettacolare: la morte, il rituale, il trapasso dei corpi e infine la resurrezione. Qui la semplicità del messaggio, specie delle ultime parole pronunciate, non stupisce certo in positivo. A stupire è invece la stratificazione del tema, la sua natura fortemente intricata: l’amore gay infatti non viene semplicemente presentato ma al contrario paragonato e pari posto ad ogni altro amore oltre ad essere reso quasi mitico, sacro, più forte in quanto sincero.

Voto: ★★★★/★★★★★

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