Interviste #3 – Denis Côté

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Denis Côté (Perth-Andover, 1973), cineasta e produttore indipendente canadese. Noto per la sua attitudine alla sperimentazione e la sua versatilità artistica, dopo aver fondato una casa di produzione ed aver diretto diversi cortometraggi, nel 2005 esordisce alla regia di un lungometraggio con ‘Drifting states’, guadagnandosi il Pardo d’oro a Locarno. Tre anni dopo, il regista scrive e dirige ‘All that she wants’, un’opera che impressiona per la solidità dell’impianto stilistico e direttivo, e vince così il suo primo Pardo d’argento per la miglior regia, replicato nel 2010 con ‘Curling’. Successivamente, si può dire che abbia inizio il suo periodo d’oro, composto dal folgorante ‘Vic + Flo saw a Bear’ e dagli splendidi documentari ‘Bestiaire’ e ‘Joy of man’s desiring’. È tutt’ora in fase finale la realizzazione del suo ultimo lavoro ‘Boris without Beatrice’, che avrà la sua prima mondiale nel 2016.


Cinepaxy: Prima di cominciare la ringraziamo per averci concesso quest’intervista, sappiamo quanto sia generalmente poco disposto a questo genere di cose, quindi la ringraziamo maggiormente, siamo onorati di avere quest’opportunità. Dunque, accostando le sue opere in una visione d’insieme non è sempre semplice estrarne una connessione. Come può descrivere questo cambiamento di attitudine, per esempio tra ‘All that she wants’ e ‘Joy of man’s desiring’? In altre parole: col trascorrere del tempo, ha avvertito una maturazione nel suo modo di porsi attraverso il Cinema o ritiene semplicemente che tutti i suoi film riflettano un singolo aspetto, o concetto, da lei ricercato, che rifugge quindi da una progressiva crescita autoriale?

Denis Côté: È una domanda molto interessante alla quale è abbastanza difficile rispondere. Si può chiaramente notare la presenza di un’estetica molto curata nei miei primi due lavori low budget, estetica che però ho completamente abbandonato a partire da ‘All that she wants’, nel 2008; penso che questa riguardasse i miei precedenti da cinefilo. Sono stato influenzato da così tanti registi e generi che posso sicuramente affermare di aver dovuto realizzare il mio stile in un modo o nell’altro durante quel periodo. In seguito, con la maturità artistica, ogni progetto è stato connesso ad una diversa realtà di budget e ad un diverso grado di ambizione. Se prendiamo “film da laboratorio” come ‘Carcasses’, ‘Bestiaire’ e ‘Joy of man’s desiring’ è chiaro che lì ero interessato maggiormente alla sperimentazione piuttosto che ad una struttura narrativa lineare. Ho girato questi film con un budget e delle risorse davvero basse, e senza una sceneggiatura; solitamente siamo in tre-quattro collaboratori e non abbiamo alcuna sorta di pressione da parte di distributori o produttori. Questi film sono stati realizzati da un Denis Côté all’opera sul limite tra fiction e documentario, non avevo nessuna linea prestabilita, ho semplicemente sperimentato attraverso il linguaggio cinematografico. Per film narrativamente più impegnativi come ‘Curling’ e ‘Vic + Flo saw a Bear’, ho sentito invece che era tempo di dirigere attori, scrivere sceneggiature e riflettere sul valore della narrazione. Nonostante quei film siano tutt’ora d’essai, o comunque impegnati, dovevo pensare ad un pubblico più vasto. Questi ultimi invece appaiono più lucidi o convenzionali ed io ho bisogno di entrambe queste qualità per essere sicuro di poter lavorare in qualsiasi condizione. Poi, chiaramente è un grande traguardo sapere che qualcuno riesca a vedere la mano dello stesso regista sia in ‘Joy of man’s desiring’ che in ‘Curling’, ma ciò non accade affatto di frequente. Forse, in fin dei conti, la mia impronta potrebbe risultare un po’ schizofrenica se valutata da un film all’altro, ma in realtà uno dei miei obiettivi è proprio quello di sorprendere le persone e rendergli impossibile apprezzare ugualmente tutti quanti i miei film. Sarebbe davvero triste, sarebbe la conferma dell’incapacità di reinventarmi.

CP: Certo, parlando però del suo stile direttivo, si può dire che questo sia tanto espressivo da risultare quasi magnetico. Lei ha l’incredibile capacità di provocare allo spettatore sensazioni straordinarie riprendendo scenari ordinari, spesso dimenticati, come possono essere lo zoo in ‘Bestiaire’, il deposito di macchine in ‘Carcasses’, o la fabbrica in ‘Joy of man’s desiring’.

DC: Sì, il mio obiettivo è quello di trovare sempre una prospettiva originale sulla quale realizzare poi questi progetti. Cerco sempre di mantenere i miei lavori corti e fortunatamente si rivelano spesso sorprendenti proprio per il mio modo di guardare a certe situazioni. Mi piace soprattutto trascendere la convenzionalità dei miei soggetti, d’altronde credo che bisogni essere sia umili che allo stesso tempo pretenziosi per entrare in uno zoo e cominciare a girare un film. La domanda a cui risulta difficile rispondere piuttosto è: “Come realizzare un film originale dal più convenzionale dei soggetti?”.

CP: A tal proposito, quale pensa sia il modo più efficace per riuscire a comunicare alla massa al giorno d’oggi? E quale pensa sia il ruolo dei mezzi di propagazione come, per esempio, i festival?

DC: Reagisco in maniera piuttosto contrariata quando sento dire frasi come “Il Cinema è morto” o quando vedo persone ciniche e annoiate che pensano ai festival cinematografici come a qualcosa di commerciale e senza capacità di reinventarsi. Se certa gente, o i cinefili stessi, lo dicono, è perché ne avvertono i segnali altrove. Non penso sia molto originale sentire il bisogno di girare convenzionalmente un documentario su un deposito di macchine, uno zoo, o in generale sul ventunesimo secolo. I capolavori sono già stati fatti e non pretendo di aggiungere il mio personale, piccolo lavoro ad una già nota lista di film superiori.

CP: Riflettendo invece da un punto di vista puramente tematico, in particolare su film come ‘Vic + Flo saw a Bear’ e ‘All that she wants’, possiamo notare quanto risulti sostanziale il ruolo degli influssi negativi della vita, visti sempre come parte integrante dell’esistenza stessa, crudele ed insensata. Ed allo stesso tempo la riproduzione della società, spesso vista come ostacolo che minaccia e condiziona l’individuo nella vita di tutti i giorni. Questi due concetti sembrano pertanto rivestire un ruolo decisivo nel suo Cinema. È così?

DC: Senza dubbio. Sono costantemente scosso da personaggi, nella vita come nei film, che pensano di poter organizzare il proprio mondo e vivere lontani da quello ordinario. Di solito ciò non può funzionare per molto tempo, la società e le sue regole tendono sempre a gravare sul tuo equilibrio, ad influenzare la tua vita, a volte stravolgendola, a volte semplicemente riorganizzandola. Il punto è che la società non è malvagia finché tu stesso non decidi che lo sia. Le regole non sono ingiuste finché tu non decidi che lo siano. Non ho mai espresso una concezione negativa o pessimistica del mondo, preferisco credere nell’uomo, stare dalla sua parte ed accompagnare i miei personaggi laddove pensano sia meglio per loro, per la loro comodità e la loro sopravvivenza. Alle volte questi hanno ragione (come il romantico protagonista di ‘Carcasses’), alle volte si sbagliano, come il padre in ‘Curling’, altre volte ancora sia lasciano sopraffare dalla fiducia nel prossimo (come capita in ‘Vic + Flo saw a Bear’).

All that she wants (2008)

elle veut le chaos

CP: Per cui la coesistenza tra l’uomo ed il suo ecosistema si rivela instabile, senza però che tale instabilità sia necessariamente causa di un male ontologico. A tale proposito, vorremmo porle una domanda che crediamo sia cruciale per ogni regista, e che in un certo senso si ricollega a quanto appena detto: lei crede nel Cinema come mezzo di rivoluzione? Crede in esso in quanto perfetta associazione tra forma e contenuto?

DC: Non faccio film per rivoluzionare il mondo, anche perché credo di essere un cattivo cittadino, incapace di apportare qualsiasi messaggio sociale o politico nelle sue opere. Preferisco l’ambiguità ed il fatto che possa esistere uno spettatore capace di rifiutare fortemente un mio film ed un altro che al contrario lo apprezzi. Il Cinema è una cosa davvero privata per me: è un discorso tra l’opera e lo spettatore. Mi imbarazza un po’ quando le persone usano il linguaggio cinematografico per raggiungere le masse con un messaggio poiché, appunto, il Cinema non dovrebbe essere sfruttato come mezzo per cambiare il mondo. Le nostre vite dovrebbero piuttosto cambiare grazie ai film. È diverso.

CP: Questo quindi implica più uno sforzo da parte dello spettatore che del mezzo cinematografico, presupposto che si spiega del tutto se applicato a lavori come ‘Joy of man’s desiring’, dove l’opera comunica unicamente per mezzo delle proprie immagini. Ha in programma di riprendere questa linea stilistica in futuro?

DC: Penso che ‘Bestiaire’ e ‘Joy of man’s desiring’ siano strettamente connessi tra loro e cerchino di raggiungere (o almeno ci provino), ciò che state spiegando. Sarò sempre un buon partito per queste proposizioni ma personalmente penso che ne starò lontano per un po’. Una volta che hai provato di saper fare questo genere di Cinema contemplativo, non passa molto tempo prima che le persone lo vedano e ci trovino un riscontro, e tutto questo può diventare eccessivamente sistematico. Fortunatamente le persone vedranno sempre qualcosa di nuovo nei miei lavori anche perché sto invecchiando e non ho intenzione di vincolare i miei lavori futuri ad un particolare stile.

CP: Vorremmo infine soffermarci su di un’opera che, almeno per noi, riveste un’importanza non trascurabile: si tratta di ‘Bestiaire’. Il suo approccio così diretto, il modo in cui riesce a penetrare in un mondo tanto trascurato e generalmente poco interessante: qual è il motivo principale che l’ha spinta a mostrare questa determinata realtà? E cosa voleva esprimere attraverso una regia così particolare?

DC: Le persone hanno reagito in maniera davvero forte e positiva a ‘Bestiaire’. L’equazione è essenzialmente semplice: Animale + Gabbia = Oltraggio. È vecchia come il mondo. Se la gente ha apprezzato il film è grazie a questa banale intuizione e io posso solo trovarmi d’accordo con ciò, ma non è il motivo originale per il quale ho realizzato l’opera. Ho voluto svolgere un esercizio sull’oggettività e sull’osservazione. ‘Bestiaire’ non ti dice cosa pensare degli zoo e non è stato realizzato con particolari propositi intellettuali o emotivi. Non è un film attivista. Abbiamo realizzato l’opera come un libro ad immagini, senza sapere veramente se fosse destinato al grande schermo, ad un museo, o se invece sarebbe stato semplicemente un collage di riprese. Abbiamo mostrato lo zoo come un luogo assurdo dove le persone pagano per osservare gli animali. Per me questo rimane un esperimento sull’assurdo. In seguito, abbiamo realizzato di non poter controllare il potere delle nostre immagini, di non poter essere obiettivi, di non poter manipolare il messaggio. Alla fine il film porta un senso di angoscia e terrore che non ci saremmo mai aspettati.

Bestiaire (2012)

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