Il tagliagole

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Le boucher (1970) – Claude Chabrol / Francia

Sulla scia dell’ultimo periodo hitchcockiano, il co-fondatore della Nouvelle Vague Claude Chabrol confeziona qui quello che può essere ritenuto a tutti gli effetti come un perfetto esempio di thriller psicologico, intelligente, raffinato e dai meccanismi perfettamente funzionanti. Dopo un periodo di profonda ricerca stilistica (“Le beau Serge”), è solo con quest’opera che Chabrol apre le porte a quello che sarà il suo periodo più fruttuoso ed interessante (“Sul far della notte”, “L’amico di famiglia”, …); periodo dove dunque il giallo, genere prediletto dall’autore francese, diventa sì la tinta usata per dar sfogo all’immancabile estro creativo, ma mai la tinta unica, bensì il pretesto sceneggiativo per mezzo del quale sviscerare la propria concezione di società e di psicologia umana da essa influenzata.

Hélène insegna in una scuola elementare. Popaul, reduce di guerra, fa il macellaio in un piccolo negozio del paese. I due si incontrano ad un ricevimento di nozze trovandosi subito in simpatia. Ben presto tra loro nascono un’intesa ed un’intimità singolari, ma Hélène inizia a sospettare che l’autore degli efferati omicidi che sconvolgono il paesino sia proprio Popaul. La situazione si fa sempre più tesa, fino allo sconvolgente finale, durante il quale ogni sicurezza ed ogni previsione verranno sconvolte e ribaltate.

Non è affatto semplice avvicinarsi al Cinema dell’autore in causa, soprattutto pensando alla grande differenza che si nota avvicinando pellicole come la suddetta ad altre sue simili del medesimo periodo: “L’uccello dalle piume di cristallo” ad esempio, che, seppur con i suoi pregi, va situato su un piano concettuale e tematico totalmente differente. Se infatti, riprendendo in esame il paragone appena proposto, il giallo del re dell’horror italiano si appoggia completamente ad una serie di innovazioni tecniche (l’uso della soggettiva, del montaggio ecc…) spostando in secondo piano la vicenda in sé per sé ed i personaggi, nel film di Chabrol sono proprio il ruolo attivo di questi ultimi ed il profondo studio che li precede, a sottolineare il grande lavoro socio-psicologico che ne risulta alla base. Ciò che dunque si intuisce è l’indubbio interesse dell’autore francese per l’individuo affrontato all’interno del proprio contesto sociale, esperimento che, lungi dall’essere rivoluzionario (Hitchcock), vanta innumerevoli considerazioni quantomeno interessanti.

Prima su tutte il fondamentale lavoro svolto sui personaggi, del protagonista come di tutto il resto del cast. Ciò che qui inizia a svilupparsi, e che nel successivo, fondamentale Sul far della notte, diverrà il cardine dell’intera opera, è perciò l’assunzione da parte del regista stesso del ruolo di psicologo, di scienziato che trasformi il film in un teatrino di anime analizzate minuziosamente sotto microscopio. L’uomo non è più un semplice personaggio, bensì la maschera sotto la quale si cela un reticolato di geniali considerazioni appunto psicologiche, e la trama, il genere, lo sviluppo stesso della sceneggiatura, perdono completamente peso rispetto all’immensità del complesso lavoro che realmente viene a galla. L’andamento stesso dell’opera può facilmente risultare pedante, ossessivo nella continua riproposizione di stati d’animo in continuo divenire e tumulti di coscienza.

Se quindi viene di fatto privata una qualsiasi base contenutistica oggettivamente filosofica, viene indubbiamente altresì attestata la volontà di sottoporre allo spettatore un lavoro sull’uomo non indifferente, addirittura anti-cinematografico nella sua concezione. Chabrol, a differenza del resto del Cinema proposto in quel periodo, nega totalmente la necessità di un intrattenimento, riversando l’attenzione su tutto ciò che, a livello conscio o inconscio, influenza, offusca, soggioga o allontana l’uomo, creando così vicende pressoché scarne a livello sceneggiativo ma incredibilmente intense emotivamente. È chiaro ad esempio che, nel momento stesso in cui l’identità dell’assassino vediamo non essere minimamente influente ai fini dell’opera (la stessa verrà svelata, senza grande stupore, nella scena conclusiva senza il minimo accenno a colpi di scena o suspense), l’attenzione si sposta sul delicato equilibrio psico-fisico che avvicina ed al contempo allontana i due protagonisti; ma nella rivelazione finale non risiede alcun mistero, nessun particolare o dato che risolva un caso o un problema rilevante ai fini della narrazione, quanto piuttosto la comprensione della vera natura dei protagonisti e perciò la delineazione di uno schema che si risolve in uno scenario sociale e psicologico.

La condanna dell’autore si riversa così sul contesto, ma anche sull’individuo e su tutto ciò che consente allo stesso di giungere a conclusioni quasi grottesche. Il resto dell’impianto registico vanta una serie di intuizioni a dir poco geniali (come la brillante sequenza finale in macchina), che portano lo spettatore esattamente dove egli deve arrivare, smentendo col finale il termine dell’opera come termine della scoperta quanto invece come termine dell’indagine sulla personalità dei personaggi, rifiutando e demolendo i cardini propri al genere ma soprattutto riflettendo con intelligenza registica ed autoriale sul risultato e l’entità delle azioni, non sulle azioni in quanto tali. Un film assolutamente interessante, che preannuncia la carriera di uno dei più importanti ed innovativi geni del genere giallo.

Voto: ★★★/★★★★★

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