Behemoth

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Bei xi mo shou (2015) – Zhao Liang / Cina

Immense distese fumanti. Sulle spoglie cime della Mongolia, un tempo salubri e verdeggianti, nulla più è rimasto, se non la terribile testimonianza di un caos devastatore, di uno scenario corroso dall’odio e dall’orrore. Lugubri ululati fanno vibrare il terreno. Behemoth, il mostruoso demone biblico, regna vendicativo sui resti di un’umanità in estinzione. In concorso alla 72° edizione della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Behemoth” si annuncia fin dai primi secondi come un immenso, stratificato, affresco sociale ed estetizzante, volto a fare della tragedia umana un poetico e soave componimento in versi. Attingendo da varie opere e da illustri autori, suoi contemporanei e non, ma soprattutto dalla Divina Commedia di Dante, il talentuoso e visionario regista cinese confeziona dunque una parabola severa e graffiante, tanto sagace nel catturare istantanee di enorme pregevolezza formale quanto abile nel saper abbinare il tutto ad un realismo cocente ed amaro.

Tra le distese rocciose della Mongolia si annida un’immensa miniera di carbone. Migliaia di carri avanzano imperturbabili nel loro lavoro, migliaia di volti logorati e distrutti dall’incessante tortura, vagano come anime condannate riempiendo carri di carbone o sfidando la sorte in fonderia: un vero e proprio Inferno in terra. Il pascolo scompare a vista d’occhio, il lugubre cimitero che costeggia la miniera allarga sempre più le sue cerchia. Tutto questo per una città fantasma, un luogo quasi paradisiaco costruito senza un preciso motivo, fonte di morte, dolore e della sicurezza che, almeno per ora, non vi sarà nessun Paradiso; per le anime perse come per quelle soggiogate dalla cupidigia e dalla stoltezza. Niente di tutto ciò, solo un lungo, eterno Purgatorio.

Fondamentalmente il linguaggio attuato qui da Liang non ha precise connotazioni, né tanto meno precedenti simili. Di fatto dunque nient’altro che la riformulazione di una grammatica del tutto personale, dove la grandissima liricità degli intermezzi narrati in prima persona cozza volutamente con la ripresa ardita e ferocemente speculare di un contesto sociale di sfruttamento e di disumanizzazione dell’individuo, visto qui come mostruoso e deforme schiavo della sua stessa natura, di volontà perverse e prive di senso. Non c’è da stupirsi, perciò, che le due tendenze artistiche, quasi opposte tra loro, si scontrino e in un certo senso si riconcilino. Si possono sicuramente trarre varie somiglianze tra quella in causa e le opere di autori come Bing e Xin, in particolare in lavori come “I dannati di Jiabiangou” “Karamay”: tutto questo però non è del tutto palese quanto, come già osservato, una base di partenza in seguito alla quale sviluppare uno stile assolutamente unico ed originale.

Varie sono le componenti che a questo senso distinguono l’opera per intelligenza e per innovazione stilistica. Le linee che frammentano e spezzano lo scenario del narratore, nudo ed accasciato per terra, dal resto dello scenario, la miniera di carbone, quasi un modo per prendere distanza dal resto del mondo, dalla malvagità e dalla perversione che dilagano e che regnano. Similmente al protagonista del bellissimo “Onirica” di Majewski, l’opera si trasforma progredendo quasi in un canto commemorativo, tragicamente struggente e fortemente intriso di malinconia e di poeticità, ed è proprio qui che entra in causa il “sommo poeta”. Lo specchio che vediamo portato da un uomo per tutta la durata del film, quasi un modo per intrappolare una realtà perduta, un mezzo per rivivere il passato ma anche per non dimenticarsi del presente, si rivela l’ennesimo stratagemma sceneggiativo riuscito e fortemente funzionale agli scopi dell’autore. Ma come non notare la costruzione stessa dell’opera, la sua suddivisione cromatica, sceneggiativa e contenutistica nei tre mondi ultraterreni (Paradiso, Purgatorio ed Inferno). Come non lasciarsi abbagliare da quel rosso vivido, soffocante, che infesta la fonderia penetrando contemporaneamente lo schermo ed offuscando le nostre sensazioni. Come non perdersi nelle infinite distese urbane: palazzi scarni, disabitati, viali desertici, aiuole verdeggianti, semafori unici testimoni di un tempo ormai fermatosi. Una bellezza solo apparente, un paradiso immaginario, un mondo perfetto camuffatosi da tale per seppellire ignominiosamente le anime di milioni di morti.

Un’opera fulminante, una regia intelligentissima nei suoi primissimi piani (tanto da diventare quasi spregiudicatamente palese) quanto assolutamente abbagliante nelle straordinarie sequenze di campi lunghi che dominano lo scenario dilungandosi in straordinarie riprese paesaggistiche. Un film unico, imperdibile, eccezionale, un ritratto infernale e penetrante di una realtà al contempo surrealmente lontana e realisticamente vicina; maestoso, limpido, agghiacciante, un devastante eccedere di sensazioni che colpisce ed entusiasma senza tregua.

“Il quinto giorno Dio creò la bestia Behemoth […] ma Behemoth siamo tutti noi.”

Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a Behemoth

  1. Frank ViSo ha detto:

    Recensione accuratissima per un film davvero incisivo, e che in tutta franchezza ha superato le mie aspettative. Sicuramente per la mia scarsa, da sempre, predilizione verso il cinema cinese e per certi aspetti, anche se minori, verso il documentario. Ma qui avevi ragione definendolo un esempio anomalo. Lo è, e proprio per questa collisione tra la bellezza estetica dei momenti onirico/riflessivi e il contesto sociale disumanizzante/infernale che fagocita queste povere anime. Personalmente, avrei solo abbreviato i tempi su alcune fasi del lavoro svolto dagli operai, in alcuni punti tendono a stancare appesantendo eccessivamente l’opera. Ma a parte questo dettaglio, ci troviamo senza dubbio di fronte a uno dei docu-film più originali degli ultimi anni. Molto ipnotica la parte centrale (quella prima della forgiatura) che per atmosfere mi ha ricordato in parte il cinema di Apichatpong, e anche il comparto sonoro trovo sia eccellente. Grande consiglio Stefano, grazie!

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  2. paxy ha detto:

    Mi fa piacere che ti abbia colpito. Si tratta sicuramente di un’opera singolare, soprattutto se vista all’interno della filmografia di Zhao Liang che fino al momento aveva sempre girato documentari puri, alla Wang Bing, per intenderci. Singolare anche per la sua natura ibrida di docu-film (come giustamente lo definisci tu), certamente. Un film che definire capolavoro non è sopravvalutarlo.

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