Frost

Frost (1997) – Fred Kelemen / Germania

Dall’abilità di fotografo, che più tardi il talento tedesco dimostrerà attraverso il sodalizio artistico col genio di Bela Tarr, Kelemen arriva nel 1997 con quella che è la sua terza pellicola come regista, un viaggio interiore e universale dove il dramma si consuma nel quotidiano, attraverso la lenta ma inesorabile esperienza della vita, mai così nitida e vera come in questa geniale riproduzione.

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Siamo in Germania,una Germania fredda e congelata. Una giovane madre si trova costretta, dopo l’ennesima sbornia finita in maltrattamenti da parte del marito, a fuggire col figlio Micha, di appena sette anni. La loro fuga attraverso il paese diventa un errare incessante per vie deserte e abbandonate, salvo qualche fortunato incontro con gente caritatevole. Ad un certo punto sembra che tutto vada per il meglio: la donna riesce, cedendo il proprio corpo ad un riccone del posto, a trovarsi una sistemazione decente. Ma il figlio, solo e abbattuto, chiama il padre, che ritrova la donna e con la quale ricomincia una lotta:a questo punto Micha dà fuoco alla casa e fugge via. Adesso è veramente solo.

Nonostante la lunga durata (più di tre ore), è un film che riesce a comunicare davvero tanto e che, anche per la scarsa ma sufficiente portata di avvenimenti, lascia molto più spazio alla riflessione umana, quella riguardo alla vita e alle sue scelte. Perché nel film di Kelemen ogni cosa è tanto drammatica quanto più rispecchia la realtà, illustrandola per quello che veramente è, unicamente quindi per gli effetti che, una normale situazione come un litigio familiare, può creare sulle esistenze di due persone comuni. Tramite la scarna e misera messa in scena, la ridotta trama e la povertà dei personaggi, il film mette chiaramente in secondo piano gli aspetti futili e irrilevanti dell’esistenza, lasciando in primo piano unicamente la tragicità del presente, che si consuma con la stesa velocità e con la stessa credibilità di una naturale vicenda reale. A comunicare tutto ciò sono essenzialmente le atmosfere fredde, misere, e mute che, insieme ai volti dei personaggi, in particolare del piccolo Micha, conferiscono all’opera una fortissima carica espressiva e un grande effetto apocalittico. Come se la Germania di Kelemen, insieme col suo piccolo nucleo familiare ristretto, fossero il luogo e il modo migliore per dimostrare una perdita di significato e una generale miseria di vita, così dilaganti e prive di senso da riassumere un’intera filosofia nichilista: e infatti è proprio quello che viene attuato qui, seppur in maniera ancora lievemente aggrappata all’uomo e al suo posto nel mondo e nelle sue convenzioni.

Perché se le concezioni intere di famiglia, così come di lavoro o di amore, vengono frantumate in mille pezzi e demolite, nella caparbietà dei suoi personaggi di rincorrere la vita o nei rimasugli di umanità che madre e figlio incontrano sul loro cammino, si intuisce una lieve fiaccola di speranza o di inerme incapacità di slegarsi da essa stessa, che risultano comunque nel quadro ma che non assolutizzano il concetto generale espresso. E se dunque gli sguardi smarriti, le lotte furiose, tutto diventa così squallidamente umano, l’unica soluzione alla miseria ci viene proposta con un bivio rappresentato dalla menzogna, dal rinnegare se stessi e dal vivere senza principi (lo vediamo quando la donna accetta le proposte sconce del suo futuro capo), che è poi il succo di ogni esistenza, ciò che divide la moralità dall’amoralità. Un affresco della vita che si avvicina di gran lunga a quelli del maestro ungherese già citato. Una mondo appositamente schematizzato e ridotto che, come in una rappresentazione teatrale, racchiude tutta la sua forza nella potenza riduttiva e flemmatica del quotidiano, filtrato da ogni altro fattore secondario e perciò quantomai unico.

Sotto il profilo tecnico notiamo una grandissima e sbalorditiva competenza. La fotografia, che dovrebbe essere il punto di forza dell’autore, qui è forse quello invece più debole. La regia è ottima e riesce a regalare, attraverso sequenze prolungate e scenari deserti, al limite della sopravvivenza e sempre cupi e solitari, un’impressione forte e immediata, che raggiunge subito lo spettatore. Il ritmo è costante e, nonostante la lunga durata della pellicola e l’esistenza ma la non frequente presenza di fatti e dialoghi, riesce a non annoiare mai e anzi a coinvolgere lo spettatore. Il messaggio infatti viene trasmesso in maniera ottima e calibrata e a questo senso non ci sono sequenze particolarmente inutili o evitabili.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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