Tokyo Drifter

Tôkyô nagaremono (1966) – Seijun Suzuki / Giappone

La storia è abbastanza classica per il genere: giovane ma esperto braccio destro di un clan yakuza chiamato Kurata, rifiuta di aggregarsi al clan rivale, disposto a tutto pur di impadronirsi dell’intera zona. Otsuka allora, indispettito dal rifiuto, assolda i suoi migliori sicari per levarlo di mezzo, ma la situazione peggiora quando persino il suo vecchio capo, Kurata, viene convinto a farlo fuori. Egli comunque riuscirà a cavarsela grazie alla sua grande maestria e all’aiuto di alcuni fedeli compagni.

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Chiaramente non ci sono molte parole da spendere riguardo alla trama o all’espressione contenutistica dell’opera: questa infatti spicca per ben altri pregi, inferiori ma sicuramente importanti e di gran risalto. Ad ogni modo bisogna ammettere che all’interno del suo genere la suddetta spicca senza ombra di dubbio in ogni aspetto. Riprendendo in parte (ed i rimandi sono vari, soprattutto nell’impostazione della trama) le vicende del filone americano di James Bond, nato poco prima, Suzuki costruisce una semplice ma raffinatissima gangster story dove ogni particolare è curato alla perfezione e dove notiamo palesemente che nulla è lasciato al caso. E c’è da strabiliarsi soprattutto per la grande fermezza del regista che, osteggiato dai suoi produttori per la diversa e bizzarra entità dei suoi film, riuscì comunque a creare con un budget alquanto ridotto una pellicola che non solo non risente di ciò, ma che spicca notevolmente sulle altre per qualità tecnica.

E’ infatti la tecnica il grandissimo vanto della pellicola, ciò che la distingue e che in definitiva rimane come il suo unico pregio. Notiamo infatti un’altissima predilezione per uno stile differente dalle sue precedenti opere, e pesantemente avanguardista-assurdo, dove ogni elemento riesce a creare un’atmosfera in bilico tra il cartone animato e il fantascientifico. La scenografia è assolutamente straordinaria, la cura registica punta sulla perfezione geometrica dell’immagine, i costumi sono curati al dettaglio e perfettamente abbinati con l’ambiente. Il tutto sembra infatti fondersi in una generale resa spaziale astratta e indefinita, dove le azioni e la grande suggestione degli sfondi rende grandemente assurdo ogni avvenimento, che comunque non si abbina affatto con l’intreccio di fatto classicamente gangster e quindi per niente surreale del film. Ma sicuramente si intuisce l’obiettivo riformante dell’autore fin dall’inizio, in un prologo in bianco e nero che riprende la scena introduttiva alla storia. Senza ripensamenti perciò notiamo essere la fotografia il principale pregio dell’opera, una fotografia tra le migliori di sempre, davvero straordinaria e fuori dalle righe. La regia è sicuramente peculiare e anch’essa innovativa e mostra varie audacie in scene come quella della sparatoria finale o nell’introduzione dei titoli di testa dopo l’antefatto, anch’essi molto simili a quelli della saga di James Bond, anche se chiaramente superiori in tutti i sensi.

Il ritmo del film è costante e davvero intraprendente; non annoia mai e stupisce per le continue innovazioni tecniche e stilistiche. Il fattore sangue e violenza è messo in secondo piano e la vicenda punta unicamente nello sviluppo della storia inquadrata nel contesto scenografico, il che è sicuramente un punto a favore del film.

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Voto: ★★★/★★★★★

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