Apocalypse Now

Apocalypse Now (1979) – Francis Ford Coppola / USA

La trama: giovane capitano viene chiamato per una missione segretissima quanto fondamentale. Dovrà penetrare silenziosamente in Cambogia, nel regno oramai governato dal folle colonnello Kurtz, per ucciderlo e porre fine alla suo insano governo. Il ragazzo però, entrando in contatto con la guerra e con la realtà del luogo comprenderà l’insensatezza e la follia di una situazione degenerata e oltre i limiti, dove l’unica speranza di sopravvivenza è la stessa pazzia. Alla fine troverà e ucciderà Kurtz, non però privo di seri dubbi e ripensamenti a riguardo. Ma allora cosa diventano il bene e il male? solo punti di vista, meri concetti, la guerra è solo atroce, mai sensata, e così gli atti di chi ci affoga dentro.

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Nonostante la sua innegabile fama di regista conformista e standardizzato ai limiti e ai gravi handicap hollywoodiani, è solo qui che Ford Coppola mette in mostra oltre alle sue abilità di regista, anche la volontà e il coraggio di dipingere una delle guerre più spietate e feroci della storia in maniera altrettanto rigorosa, sia sotto il profilo tematico-di scrittura che soprattutto sotto quello tecnico. È un conflitto, questo, che vediamo emergere dalle immagini del film, dominato e comandato dalla generale perdita di senso e significato, dove il limite che separa il giusto dallo sbagliato, già sottile e invisibile nella società, qui diventa di fatto inesistente, lasciando ogni uomo solo con se stesso e con l’incombente minaccia della più totale follia, e dove l’apparente aura di invincibilità e di onnipotenza può dare alla testa. E a questo senso Kurtz rappresenta tutto ciò che il sistema americano dell’epoca rifugge, ma anche tutto ciò che un uomo non è disposto a fare e a diventare per trovarsi in pace con se stesso in mezzo ad un mondo folle e pauroso se visto da occhi sani o dall’esterno. Egli è diventato il simbolo dell’essere umano completamente destabilizzato e traviato, l’emblema fattosi carne della più grande espressione umana di malvagità e di idiozia, perchè è di questo che si tratta.

In contrapposizione (ma non poi così tanto, come ci suggerisce il regista stesso) troviamo la figura del protagonista, ovvero Wallard, colui che, come lo spettatore, si trova a dover essere giudice e carnefice di una situazione troppo grande e incomprensibile, ma pure di un uomo che, seppur preso dalla totale follia e nonostante le sue azioni spietate e tragiche (come l’uccisione di donne, vecchi e bambini, che egli stesso giustifica sul finale come indispensabili per il successo bellico), riesce anche solo in parte a comprendere. Ma d’altronde non è Kurtz l’unico essere imprigionato mentalmente dai ritmi del conflitto: intorno a lui (e non) gravita una serie innumerevole di persone che, ignare e convinte del fatto loro, gestiscono la loro posizione come meglio credono. Chi fa surf durante i bombardamenti, chi vaga glorificando le gesta di un folle, chi ancora conosce solo l’omicidio come soluzione. Una trama che quindi desta attenzione non tanto per la sua comunque attenta e speculare visione della guerra, quanto per la dimostrazione di voler davvero illustrare una critica di fondo, atta a denunciare la perdita di ideali e una qualsiasi capacità di distinzione tra giusto e sbagliato, cosa lodevole e azzeccata, soprattutto nel contesto del Vietnam.

Il ritmo del film, così come, salvo poche eccezioni, l’intero apparato tecnico, possiamo facilmente dividerlo in due parti. Se infatti per quasi tutta la durata della pellicola succede poco e nulla e l’intera vicenda è ambientata e gravita intorno ad un drappello di soldati che navigano su un fiume, e non presenta perciò quasi nessun fatto o avvenimento degno di nota, è nell’ultima mezz’ora che veramente il regista crea qualcosa di straordinario. Non tanto per l’ingresso nella storia del personaggi di Walter Kurtz, ma forse più per ciò che egli comporta nello sviluppo della trama; comunque con l’arrivo del protagonista sul dominio dell’ex colonnello pluridecorato, tutto cambia. Scompare una qualsiasi traccia di perbenismo o di trama, e la regia, così come il senso stesso dell’intero film, prende vita e diventa spettacolo puro(non a caso tutte le sequenze celebri dell’opera sono racchiuse in questo breve lasso di tempo). Assistiamo a scene immortali come quella del monologo di Kurtz e dello sgozzamento contemporaneo di una vacca, alla morte dello stesso: ma in generale ciò che si nota è un’attitudine tecnica completamente differente, dove le musiche, ora psichedeliche e basse, il ritmo, quasi fermo e stagnante, l’assenza di dialoghi, e la straordinaria regia, creano un’atmosfera straordinariamente riflessiva e artisticamente sublime. Il vero senso dell’opera, ovvero il conflitto tra bene e male, la perdita di significato di questo binomio, la grande lotta vitale dell’uomo contro la guerra, tutto prende forma e viene plasmato qui.

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Voto: ★★★/★★★★★

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