Ordet

Ordet (1955) – Carl Theodor Dreyer / Danimarca

Nella sua seccante, irritante, perentorietà farsesca volta al continuo trasmutare l’oggetto del discorso nel suo logico opposto, il teatro statuario di Dreyer ripropone icone logiche proprie dell’ambito religioso che non sussistono tanto in quanto reiterate nel tempo o universalmente valide, quanto soprattutto come stilemi di una società di fatto fortemente ancorata ai suoi precedenti, furbescamente intenta a camuffare le proprie convinzioni ed i propri istinti comportamentali sotto una patina di inaccettabile perbenismo e di convenzioni sociali via via diverse col passare degli anni. In questo senso possiamo ammettere che ‘Ordet’ sia un’opera immensamente più moderna e sfaccettata di quanto non possa sembrare ad un primo sguardo, probabilmente persino più di lavori come i precedenti ‘La passione di Giovanna d’Arco’ e ‘Dies Irae’. Nulla di strano se dunque, trovandosi dispersi nella radura, accecati dalla luce del sole, udendo il dolce richiamo del focolare domestico, si decida come Johannes di rifuggire dall’ottenebrante, divina follia per invocare le celebri parole: “Ispirami la parola che ridona la vita”, privando l’esistenza stessa di ciò che la sorregge, l’inutile attesa di quell’Ignoto che Beckett chiamava Godot.

Nella Danimarca di inizi Novecento, lo spaccato di un ristretto nucleo sociale e l’influsso sullo stesso della fede, nei diversi connotati ad essa attribuiti. Morten è il patriarca della famiglia protagonista, saldamente radicato ai propri principi e in profonda crisi mistica, ora vedovo con tre figli: Mikkel, non credente devoto alla giudiziosa matriarca Inger; Johannes, ex studente di teologia che si aggira per la casa come un fantasma declamando versi profetici e infine Anders, giovane innamorato impossibilitato a maritarsi, complici i dissidi religiosi che dividono la sua famiglia da quella della promessa sposa. L’improvvisa morte di Inger getterà però nel panico l’intero  nucleo risvegliando consapevolezze e ponendo termine alla faida tra i due patriarchi, fino all’imprevedibile finale, dove Johannes farà resuscitare la defunta grazie alla fede della giovane nipote.

Per ritornare al discorso poc’anzi cominciato, non è un mistero che l’autore decida di utilizzare come suo solito uno schema organizzativo a dir poco basilare, impostato su caricature di personaggi che, seppur accuratamente approfonditi, lasciano palesemente intravedere la loro natura ed i significati a loro connessi. Il Cinema di Dreyer gioca sulla semplice spontaneità dei contesti e delle emozioni, contraddistinguendosi solo in un secondo momento per la ferocia e l’aggressività che gli è peculiare. La grande espressività delle pose e dei gesti, la sbalorditiva naturalezza dei dialoghi, tutto questo rimanda ad un ideale già superato con l’avvento del sonoro, che funziona qui solo in virtù delle straordinarie capacità direttive del già citato maestro. Come gran parte del Cinema, scandinavo anche ‘Ordet’ impianta il proprio discorso sull’idea di un universo arcaico profondamente condizionato dal tema etico e morale della fede, ma a differenza di altre pellicole di quel periodo esso guarda al dilemma come ad un’inutile diatriba, condannando la Chiesa non tanto per i principi propri della stessa quanto piuttosto per l’influenza che ha su chi la segue.

Il suo acre scetticismo, innegabilmente celato sotto una fervente volontà redentrice e credente, altro non è che l’immedesimazione dell’ateo nei panni del credente più convinto, e ciò lo si evince dalla figura di Mikkel (e dalla sua conversione solo a miracolo avvenuto) così come da quella dei due padri di famiglia, intenti a dibattere della materia religiosa trascurando doveri e ingenuità varie a riguardo. Ma l’ironico sorriso beffardo di Dreyer lo si evincerà per tutto il resto della visione, dalle continue preghiere ai versi mal riportati fino allo stesso utilizzo bonario e inaccettabile del miracolo come immediata soluzione materiale ad ogni problema (tra l’altro per mano di un folle in tutto e per tutto somigliante al Messia). Una sorta di satira che, ben lungi dal perdere il proprio spirito profondamente mistico e riflessivo, punta al contrario a mantenerlo il più possibile attraverso uno stile autoriale rigido ed inflessibile. Qui più che mai infatti Dreyer si affida ai lunghi silenzi, all’immensità degli scenari e ad inquadrature meticolosamente studiate come dipinti su tela, suggellando alcune tra le più sensazionali sequenze della storia del Cinema di meditazione, al quale questa pellicola fa indubbiamente riferimento.

Binomio, quest’ultimo, ironia-riflessione che definisce un’opera completa e coerente con se stessa a trecentosessanta gradi; un epico saggio morale sull’uomo e sul proprio rapporto col divino. Tra i lavori più rappresentativi della Storia del Cinema novecentesco, ‘Ordet’ è un lucido affresco di vita passata che non perde nulla del proprio valore e del proprio significato, anche a più di sessant’anni dalla propria nascita.

Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a Ordet

  1. Federico Maria Baldacci ha detto:

    Complimenti per questa complessa rilessione. Anche io, ripensandoci, dovrei approfondire molto il valore “eterogeneo” di una simile opera, dato che quando la vidi la prima volta mi era sembrata più semplice e facile da comprendere. Compimenti ancora per tutti i capolavori che state pian piano finendo di recensire!

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