La Donna che Visse Due Volte

Vertigo (1958) – Alfred Hitchcock / USA

“Non avresti dovuto. Non avresti dovuto essere così romantica…”

Caso più unico che raro se pensiamo ai film dell’autore britannico, quello in questione è un lavoro dalle svariate letture, di difficile interpretazione, snervante e sbeffeggiante. Un esercizio di stile, una love story, una tragedia, un giallo, un mystery, tanti generi quanti sono i volti che assume nel corso del suo svolgimento. Nonostante ciò, non vedremo più un film dell’autore tanto teso, complesso, amaro, così poco dialogato, così distante dai suoi precedenti, un unicum composto da cerchi concentrici, perfetto triangolo di Penrose. Tenendo in considerazione la struttura narrativa, l’opera si fa visivamente affascinante  fin dai primissimi istanti, estremamente pregevole quando arricchita da composizioni cromatiche accuratamente scelte per evocare sensazioni e stati d’animo o inquadrature pre-kubrickiane.

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L’intreccio è piuttosto complesso, rinomato proprio per la sua intelligibilità: Scottie Ferguson, ex poliziotto sofferente di vertigini, viene convocato da un suo vecchio amico per pedinare la moglie. Scottie conosce la donna e se ne innamora ma in seguito ad un incidente questa precipita da un campanile e muore. L’uomo, paralizzato dal fatto, dopo poco tempo rincontra quella che le sembra essere la sua amata: cos’è dunque successo realmente? quale malvagio piano ha distrutto la vita di Scottie?

Se il maestro del brivido ha preferito, nel corso della sua lunga carriera, affidarsi a storie dalle tinte gialle, perlopiù spionaggi, qui mostra un lavoro alla base ben più raffinato, non solo per la minuziosità ottenuta in ambito sceneggiativo quanto piuttosto per il grande lavoro psicologico alla base. Hitchcock costruisce passo dopo passo un immenso castello di idee, suggestioni mentali, psicosi, malattie, un vero e proprio dedalo all’interno del quale non risulta semplice districarsi. A complicare ulteriormente la comprensione del tutto questo, che dal primo all’ultimo momento il regista faccia coincidere il punto di vista dello spettatore con quello di Scottie, tenendoci quindi all’oscuro del reale svolgersi dei fatti. Ciò risulta accrescere nervosismo ma anche curiosità, fattore cardinale per la resa del film. La mdp non si allontana mai da James Stewart – l’interprete protagonista – lo segue passo passo: le circostanze di fatto più banali diventano interrogativi mostruosi e quasi insolubili (Madeleine che entra in una casa per poi svanire senza traccia, la sua apparente resurrezione, il mistero delle vertigini) e questo perché l’immedesimazione è forte a tal punto da far dimenticare completamente a chi guarda la più semplice delle verità. Lo sfogo sul campanile, quando, a termine opera Scottie ripete a sé stesso la verità, è anche il nostro, non un secondo prima. Ed è proprio il più insignificante dei dettagli a fare la differenza, come la collana del dipinto o gli stessi titoli di testa, gli incubi frequenti di Stewart e via dicendo.

Anche dal punto di vista registico, prettamente tecnico, AH si mette alla prova come mai prima d’ora (l’idea dell’effetto vertigo, in seguito ripresa più e più volte, è sua). Le sequenze oniriche, i primi piani, le riprese al dettaglio, i campi lunghi e i piani sequenza: si potrebbe a ragion veduta annoverare quella de ‘La donna che visse due volte’  tra le più grandi, memorabili prove registiche del Cinema. Dalle interpretazioni attoriali alle tesissime, angoscianti note di Bernard Herrmann, tutto contribuisce a rivelare la pregevolezza di un film che non mostra i segni del tempo, anticipandolo anzi più e più volte. Superando, per quanto mi riguarda, ogni altra sua pellicola.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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