Hypnosis Display

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Hypnosis Display (2014) – Paul Clipson / USA

Si parla di quella frattura ubicata tra la percezione diretta dello spazio circostante, di ciò che lo distingue (suoni, volti, idee, ricordi…), e la comprensione dello stesso da parte dell’osservatore, di noi stessi. Si parla di rendere vive, o meglio attuali, certe realtà, certi luoghi che risiedono nella coscienza più che nella memoria e che nella memoria, come da origine, devono tornare. Si deve, allora, secondo l’operazione avanzata da Clipson, sanare, riempire, concretizzare tale frattura in modo da renderla non più semplice concetto, bensì precisa (seppur sempre soggettiva e parziale) rappresentazione di un Dove, o meglio ancora, in questo caso, di un Come. Questo Come, in “Hypnosis Display”, altro non è che uno studio sui sensi, sulla prospettiva e sull’approccio ad essi. Un paradigma che viene risolto, a tal proposito, nell’estrapolare la percezione di un tramonto, di una vastità oceanica piuttosto che di un notturno urbano popolato da milioni di luci, è la trasposizione dell’analisi di questi stessi fenomeni in 16 millimetri. Il tutto attraverso l’interazione con lo spazio: dita che sfiorano la superficie dell’acqua, occhi che osservano l’estendersi di una carreggiata autostradale. Non si tratta di mostrare una realtà, un Dove o un qualsiasi svolgimento, quanto proprio di trovarsi in sintonia con ciò che esiste e che viene mostrato, lasciarsi plasmare dall’attimo in corso che vive semplicemente in virtù di ciò che è, e che di conseguenza incarna (nuovamente: una distesa verdeggiante, del semplice pietrisco, edifici propri della metropoli statunitense…).

Il tramite utilizzato per questo procedimento, oltre a quello suggerito dal titolo, è chiaramente il viaggio. Come già osservato in precedenza, e come osserveremo in seguito, il lento progredire, il moto rappresentato dal viaggio, è sostanzialmente elemento trascinante delle pellicole del regista, è ciò che conferisce all’immagine forma, spazialità  e, in un certo senso, significato. È il discorso su conscio e  subconscio, sul processo di oggettivazione e sull’impercettibile scivolare in una sensibilità tangibile, reale poiché diretta, piuttosto che lasciarsene creare una.

Se c’è un che di artefatto, di aggiunto, qui è dato unicamente dal tentativo di riproduzione del corredo sensoriale, dai sottofondi sonori di Grouper (in tal caso indipendenti dall’opera in quanto a realizzazione) e dai vari meccanismi tecnici che, come zoom, sfuocamenti, esposizione multipla, ecc., accentuano, deformano o destrutturano il soggetto/contesto ripreso sottolineandone ora l’uno, ora l’altro aspetto. Tuttavia un’artificiosità parte di un processo che elabora l’atto fenomenico, e che quindi non ha – e non può avere – alcunché di innaturale; nient’altro che lo sviluppo del senso di esperienza, la proiezione dello stesso restituita attraverso la connessione tra immagine e suono, qualcosa di estremamente profondo e coeso.

L’occhio costituisce l’intuizione finale. L’oceano apre e chiude l’opera ma è sempre il primo dei due a preponderare nell’immaginario, non solo incorniciato dalle palpebre rosastre di un volto intuibile ma anche verde, rosso protagonista di un vincolo/amalgama tra soggetto ed opera divenuto definitivo. È la complessità dello sguardo a sfuggire: non è ciò che si osserva ma ciò che si percepisce attraverso l’osservazione a palesarsi, il vincolo che annette e completa idealmente i due estremi della frattura precedentemente esposta, ed i tramiti sopra elencati i suoi principali fautori/esecutori (l’evidente materializzarsi delle diverse sfere sensoriali).

L’attuale come insieme di frammenti, memoriale di un trascorso personale esperito per mezzo di una percezione soggettivata dello stesso. L’ipnosi di cui parla Clipson (e che sintetizza il processo di interiorizzazione dell’ambiente esterno) allora si risolve in quegli orologi, in quegli anfratti, in quelle coreografie di luci e di luoghi che condensano la sostanza del discorso ed i suoi mezzi di trasmissione riportandola allo stato grezzo, all’essenziale. La potenza del linguaggio, dunque, il dischiudersi del reale e di tutto ciò a cui esso riporta e che suscita nella percettibilità. Hypnosis Display è l’effige di tutto ciò a cui il Cinema può e deve arrivare, anelare all’infinito addentrandosi nella materia dell’uomo e di ciò che ad esso preesisteva: tentare di codificare l’incodificabile.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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2 risposte a Hypnosis Display

  1. Hira ha detto:

    Dove si può reperire?

    Mi piace

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