T-Wo-Men

T-Wo-Men (1972) – Werner Nekes / Germania Ovest

È inseguendo due donne, cogliendole nei momenti salienti del loro rapporto, che l’autore dà prova della propria perspicacia, insinuando la mdp tra le pieghe di una relazione, cogliendola via via secondo una prospettiva differente – cinque per la precisione, tante quanti sono i capitoli che frammentano l’opera. Eppure, pur aggiungendo qualcosa grammaticalmente, ogni segmento reitera quell’opprimente instabilità chiave dell’opera, intuendo nuove sensibilità dietro i medesimi soggetti, persino le medesime circostanze.

Trattando di metodologia, quella attuata è fondamentalmente un’operazione massimalista. Nel fare perno sull’instabilità, come attraverso il buco di una serratura, l’autore mira a disorientare mostrando per chiazze, un processo visivo la cui principale funzione è ancora una volta quella sensoriale. La tensione erotica è qua e la percepibile, palpabile ma nervosa, precaria, agisce sulla concentrazione dell’osservatore alternando il rumore alla calma, le immagini si susseguono rapide una dietro l’altra legandosi vicendevolmente, il più delle volte l’occhio fatica a focalizzarsi sul particolare perdendo la visione di insieme. Se esista o meno un legame tematico tra le parti non ha più importanza, l’oggetto della visione viene posto in essere da principio, altro non è se non le due donne medesime, sono infatti onnipresenti, persino nei paesaggi naturali sui quali sovente ci si sofferma.

Loro giustificano e valorizzano il film, il loro rapporto è materia di analisi allo stesso tempo lucida e passionale ma anche il pretesto per lavorare sui corpi – come nella quarta fase, forse la più rilevante da un punto di vista puramente cinematografico – attraverso di essi il rifrangersi mai uguale delle stesse cromie sui tessuti e sui corpi delle giovani, quell’isterico loop di gesti e movenze cui assistiamo sul finale. I tempi filmici delle diverse situazioni sono all’incirca i medesimi dal principio fino al termine, a cambiare è la prospettiva fornitaci, il combinarsi delle inquadrature con i ritmi e le modalità correnti: in tutto ciò, l’impatto del sonoro stabilisce i ritmi, la cadenza e lo scorrere delle immagini rammentando una certa coerenza tra quanto accade e il procedimento che ne regola i movimenti.

Quanto osserviamo giustifica in qualche modo, racconta la relazione tra le due donne, vuoi ispirandone i sentimenti contrastanti che vengono a crearsi a seconda delle situazioni, vuoi mostrandone i momenti chiave, quelli vissuti assieme, passionali, carnali, e quelli trascorsi distanti. La caoticità – l’apparente ingiustificata mancanza di connessione tra una visione e la successiva – contribuisce a ricreare un processo mentale non troppo dissimile da quello mnemonico, in cui a far da protagonista è il ricordo. WN dà forma alla propria idea di Cinema sperimentale lavorando su quella che è stata e continua ad essere l’ossessione dello stesso, ovvero una narrazione che mostri l’altrove presente, quanto l’occhio umano osserva nel suo complesso sviluppo cosciente, l’avvenire ed il suo processo, per come viene percepito e memorizzato. Nel far ciò il film si rivela straordinario, completando e ampliando le soluzioni già messe in atto da Brakhage, il primo grande innovatore in questo senso: un’opera capace di mostrare, narrare una circostanza – una relazione saffica (?) – senza spiegarla o analizzarla, solo percepirla, al contempo presente ma distante, inafferrabile.

Voto: ★★★★/★★★★★

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