She Spent So Many Hours Under the Sun Lamps

Elle a passé tant d’heures sous les sunlights… (1985) – Philippe Garrel / Francia

Il Cinema di Philippe Garrel, nelle sue continue reinvenzioni, tra magico ed ascetico, politico e sentimentale, biografico e surreale, è un Cinema di fratture, di tempi morti sublimati dalla ricerca di un non-senso, intervallati e soverchiati da spazi ansiogeni; di improvvisi lampi di luce che irrompono nello scenario come deboli sprazzi illusori. Nell’indubbia ricerca di un approccio personale all’altrettanto personale soggetto rappresentato, l’immagine posta dall’autore ricerca continuamente nuove impostazioni, nuove prospettive, volti impressi sullo schermo immersi in angoscianti silenzi, tetri, claustrofobici interni avvolti nell’oscurità, semplici esterni, scene di vita quotidiana. In questo concatenarsi ed evolversi di cornici si evolve e si confonde persino l’evento in oggetto, passando da realtà a finzione, un “film nel film” che acquista significato nel momento in cui a far da protagonista non è più il fenomeno stesso quanto ciò che sta a simboleggiare, che prova a trasporre per mezzo di quella poetica dell’assenza e del minimalismo che, tra gli echi bressoniani e i suoi stessi antecedenti (‘La cicatrice interiore’ e ‘Les Hautes Solitudes’ primi su tutti), qui regna incontrastata prediligendo al racconto in sé la forma attraverso la quale quest’ultimo viene sviluppato.

Giovani volti vagano solitari nella notte, si seguono a vicenda trasportati da una Parigi asettica, insensibile, si osservano apatici seduti su di una panchina, per vicoli deserti o in appartamentini indistinguibili l’uno dall’altro, cupi e oscuri come il sentimento che sembra trascinarli. Frammenti sparsi di esistenze, cuori infranti, un presente-reale che si confonde con un presente filmico, un regista (Garrel stesso) intento a dar vita ad una vicenda dai tratti palesemente autobiografici (netti e continui i rimandi alla fallimentare relazione consumata tra lo stesso e la cantante Nico). Rifacendosi ed omaggiando il Cinema del connazionale Jean Eustache, morto suicida all’età di quarantatré anni, Garrel ci mostra con approccio estremamente calcolatore e con palese drammaticità l’eterna illusione, l’eterno inappagamento tra uomo e donna, tra desiderio ed istinto, tra realtà e aspettativa. Il Cinema nella realtà, la realtà senza il Cinema, il peso della finzione e quello della solitudine, insomma, un accostamento stilistico e tematico fuori da ogni schema, contro ogni previsione semplicemente geniale.

Appare quasi più come uno studio, un tentativo indecifrabile o il risultato inaspettato di un esperimento, questo ‘She Spent So Many Hours Under the Sun Lamps’: ciò risulta estremamente pregevole per merito, tanto degli stimoli e degli impulsi che hanno spinto l’autore a creare una simile opera, quanto soprattutto degli effetti pratici di tale straordinario cimento tecnico. Si parla infatti di un frattura, di quella cicatrice che, tredici anni dopo, continua a marchiare l’anima dei protagonisti garrelliani contraddistinguendo lo stesso per la sua poetica dell’assenza, del continuo contrasto tra possibile ed utopico, amore e sofferenza. Continua in contemporanea la sperimentazione sui luoghi e sulle luci, sull’armonioso ma dissacrante fondersi degli stessi per dar forma al presente. Presente opaco, sfumato dal grigiore della metropoli, caratterizzato altresì da un ritmo ed uno svolgimento confusionari e del tutto disorientanti; qui le due opere in corso, quella reale e quella propria della vicenda, si confondono ed incastrano a vicenda l’una nell’altra volutamente ed intelligentemente fino a renderne del tutto impossibile la distinzione.

Come l’esteta ricerca la bellezza in ogni possibile fattore esterno Garrel, seppur non anteponendola al resto, così si muove; valorizzando la sospensione dell’attimo, ritagliando le forme come paralizzate all’interno di un non-contesto, di una cornice di per sé anonima o volutamente banale. L’amore come surrogato dell’Arte (in questo caso puramente cinematografica), come puro pretesto per analizzare la condizione umana da un punto di vista inconsueto, e così via: il disagio interiore dell’artista si consuma e si traspone sulla pellicola, sul tentativo di portare a termine un progetto non troppo dissimile dal reale che lo accompagna, sfocia in quest’ultimo culminando infine nell’atto finale, simbolico eppure mai tale fino in fondo, un suicidio che preannuncia l’immagine di un regista (ancora una volta Garrel stesso) in preda alle convulsioni, accecato da un dolore lancinante. Così dunque termina l’opera, senza porre un che di definitivo, senza svelarsi del tutto, realizzando al contrario un film affilato come una lama, catastrofico, di un pessimismo provocante e ricercato.

Voto: ★★★★/★★★★★

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