Esegesi #1 – Sulla presenza, sullo spettro dell’autore

Il quesito che si pone alle basi di un qualsiasi discorso intorno ad una qualsiasi opera vista da un punto di vista quanto più possibile inquadrato, è quello sull’autore, sulla sua esistenza o meno e soprattutto sulla natura della sua presenza, perché se (come suggerisce l’intestazione) ha senso attuare una distinzione tra esistenza e presenza dello stesso, è decisamente più necessario ed interessante trattare delle modalità e degli approcci possibili perché egli possa definire le opere da lui create e di conseguenza le realtà rappresentate, che queste siano o meno di finzione (che si parli quindi di approccio diretto alla realtà o semplicemente di intervento più o meno diretto, più o meno percepibile all’interno dell’opera). Ha dunque senso parlare di autore nella misura in cui ha senso parlare della distinzione tra regista come “antecedente” e regista come “interprete”, tenendo presente che nel primo caso si ha a che fare con un soggetto manovratore, un’entità che indirizza sguardi e altera o proietta in scenari artificiali e a diversi livelli, la natura di ciò che rappresenta, mentre nel secondo si parla di semplice tramite, di un soggetto facente sì che a trasparire sia solamente ciò che intende mostrare lasciando che a dominare sia unicamente la percezione dell’evento rappresentato sullo spettatore stesso. Si parla inoltre di frapporsi o meno tra occhio e oggetto, di far proprie le dinamiche stilistiche e le tecniche che permettono a chi osserva di partecipare e non subire passivamente un certo dato, di immagazzinarlo ed apprenderlo per ciò che è e non per ciò che secondo l’autore è o dovrebbe essere, a prescindere da quanto il dato stesso sia o meno interessante o fruibile; ciò non comporta assolutamente la non validità di uno sguardo veicolato quanto semplicemente la sua diversa impostazione (per intenderci: il ‘Solaris’ di Tarkovskij, così come tante altre, è palesemente ricollegabile alla prima delle due distinzioni, ciò non toglie che essa sia un’opera cardine dell’intera cinematografia esistente/esistita). Non è possibile attuare una vera e propria distinzione all’interno del primo “gruppo”, la presenza dell’autore come parte attiva e non passiva è di per sé una condizione ultima non ulteriormente scindibile, gli stimoli e gli input connessi ai diversi lavori, da Lynch a Tsai, da Ozon a Weerasethakul e così via, sono estremamente difformi ma da un punto di vista più che altro strutturale, e sottolineano un gap ideologico, stilistico e tematico non ulteriormente comprovabile se non dall’occhio stesso dello spettatore. Il senso di tutto questo non deve essere tanto quello di denunciare o minimizzare l’importanza del primo come del secondo tipo di impostazione, bensì quello di specificare e tratteggiare le linee guida, i perimetri e di conseguenza la natura all’interno dei quali si muove la figura in causa, ovvero quella dell’autore. L’idea stessa di un autore le cui decisioni siano irrevocabili e ripetitive, prestabilite e ammiccanti ai fini prettamente economici/commerciali, non racchiude nella propria denominazione alcuna implicazione. Egli  può muoversi all’interno della materia operando in maniera più o meno visibile e veritiera, ma pur sempre operando direttamente sul proprio lavoro. La sua totale scomparsa non è contemplabile così come non è contemplabile l’esistenza di un’opera di per sé, che essa possa autodefinirsi senza bisogno di dettami tecnici esterni o interpretazioni specifiche, che essa possa perciò chiamarsi New York Portrait piuttosto che ‘The Departed’ e così via, allo stesso modo rispecchierà il pensiero, la linea ed il giudizio tecnico/stilistico di chi la ha creata. Stesso discorso vale per l’esistenza o meno di un significato: che esso sia (o non) palese all’interno dell’opera non esclude il suo poter essere comunque presente. Il fine principale, o almeno quello ritenuto in questa sede il più nobile tra i fini, si pensa sia quello di conferire concretezza all’immagine, creare uno stretto, vivido rapporto tra opera e universo circostante, tra Arte e realtà, costruendo un quadro dell’attualità (rappresentare il passato è comunque un modo per ricollegarsi al presente, o almeno lo è nella maggior parte dei casi presi qui in considerazione, nel Cinema d’autore), della vita stessa che sia espresso sotto forma tale da permettere riflessioni in virtù di se stessa.

“Some sort of pressure must exist; the artist exists because the world is not perfect. Art would be useless if the world were perfect, as man wouldn’t look for harmony but would simply live in it. Art is born out of an ill-designed world.”Andrej Tarkovskij

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2 risposte a Esegesi #1 – Sulla presenza, sullo spettro dell’autore

  1. Gioele ha detto:

    Molto interessante. In questi giorni sto leggendo “scolpire il tempo” e immagino che alcuni spunti per questa riflessione siano presi proprio da quest’opera. Mi permetto di porvi una domanda che concerne poco con i contenuti dell’articolo. Mi chiedevo come mai le citazioni di Tarkovskij le riportate in inglese essendo i suoi libri tradotti in italiano.
    Ne approfitto per farvi i complimenti per il sito.

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  2. paxy ha detto:

    Grazie dei complimenti, fa piacere sapere che l’articolo sia stato di interesse. Onestamente non abbiamo mai letto il libro di Tarkovskij, se hai trovato delle analogie nel contenuto dev’essere stata una casualità (ma nemmeno troppo, in realtà). Riguardo le citazioni, non ci sono motivi particolari per cui usiamo riportarle in inglese, le traduzioni italiane a volte tendono un po’ a snaturare la frase, quelle inglesi più difficilmente, trattandosi di una lingua più coincisa, ma al di là di ciò non ci sono altre ragioni.

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