At Sea

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At Sea (2007) – Peter B. Hutton / USA

Tre diversi soggetti per un unico viaggio, tre navi mercantili che in tre diverse fasi raccontano costruzione, viaggio e rovina di un’unica sola imbarcazione, un costrutto che si fa espediente di esercizio (o, come sovente usava pronunciarsi lo stesso Hutton, uno studio) sulla pratica dell’osservazione, sul Cinema in quanto esperienza necessariamente universalizzata dall’autore, sulla pratica estetica. Affermava a riguardo Schopenhauer che «il piacere estetico consiste in gran parte nel fatto che, immergendoci nello stato di contemplazione pura, noi ci liberiamo per un istante da ogni desiderio e preoccupazione; ci spogliamo in certo qual modo di noi stessi, non siamo più l’individuo che pone l’intelligenza a servizio del volere, il soggetto correlativo alla sua cosa particolare, per la quale tutti gli oggetti divengono moti di volizione, bensì, purificati da ogni volontà, siamo il soggetto eterno della conoscenza, correlato all’Idea.» In questo senso, dunque, l’essenza dell’opera viene interamente ricavata dal concetto di empatia emotiva tra spettatore e luogo, spazio e tempo della ricerca prodotta e la sua validità in quanto atto non più cinematografico ma filosoficamente inteso, limitata ai periodi dettati dall’opera stessa. Subentra allora – a quanto detto – il concetto di durata, o meglio la percezione di tempo trascorso da PH, avuta ed in seguito ricostruita in fase di post-produzione, o più precisamente in fase di montaggio. Parlando infatti di quest’ultimo punto, ammette egli stesso un periodo di tempo non precisato (ma, a seconda dei casi, anche pari ad anni) interamente dedicato al ri-assemblaggio manuale del materiale girato di modo tale da suggerire l’esatta percezione di tempo (e conseguenti stati come noia, fascino o altro) da lui ottenuta: una sorta di ferrea, non convenzionale onestà con lo spettatore nella ricezione di un paesaggio, ennesima riconferma dello stretto legame tra paesaggio stesso ed emotività suggerita dal medesimo alla persona. Un dictat che, come parte di un sillogismo proprio del Cinema ambientale, plasma i già citati agenti esterni in diretto contatto con l’osservatore, scomponendoli e riadattandoli nella maniera più congrua possibile al contesto scelto.

Si parla inoltre di Cinema dell’eternità, una sorta di tacito colloquio pacato ed armonioso con lo spazio circostante caratterizzato da un ritorno all’ingenuità infantile, allo sguardo cioè come riscoperta, rinascita, purezza incontaminata. Si avverte, però, durante la visione di questa, come un’incipiente malinconia, una cupezza che trasuda, più che dalle immagini involontariamente tali, dall’essenza stessa della (non)vicenda di cui siamo resi partecipi e dalla sua linearità temporale. L’uso del bianco e nero introdotto a sprazzi sull’oceano al tramonto e sui relitti della nave arenata contribuisce in questo senso, se non nella veicolazione emotiva, perlomeno nella pratica estetica poc’anzi illustrata. Se perviene un monito riguardo la modernità, sulla questione etica e ambientale legata all’uso e allo smaltimento delle navi mercantili, petroliere ecc, questo rimane un non ben chiarito ammiccamento, come già illustrato l’interesse porta più a pensare ad un saggio artistico volto ad un approfondimento tecnico e sensibile delle potenzialità del luogo. Ma allora se acquista valore un elemento centrale come l’oceano, pari valore acquisterà di conseguenza l’atto di ritrovarvisi spersi, ciò che sta a simboleggiare, a detta dello stesso PH, la “vulnerabilità”, il soggetto stesso ridotto ad infinitesimo. In ultimo, la ricerca qui avviata assume le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione concettuale: una ridefinizione massimale dei termini primi di validità e sviluppo di una pellicola in campo sperimentale, un trattato tecnico di un’innovatività impensabile, il culmine di una carriera interamente dedita allo studio così come inteso dal cineasta stesso, ovvero grosso modo un’analisi approfondita e particolareggiata, pratica e astratta, su carta cioè o per via mentale, sull’idea che si ha di un determinato luogo e sulla sua rappresentazione, riflettere cioè sull’apparenza di un soggetto per riportarne l’essenza in quanto a geometria ed armonia con l’ambiente.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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