Fuochi nella Pianura

eloyt0w

Nobi (1959) – Kon Ichikawa / Giappone

Tra le varie opere del regista nipponico sicuramente la più efficace. Uno spaccato bellico del Giappone che descrive con linguaggio crudo ed essenziale, spietato e anti-buonista la reale situazione in cui il paese si trovò al termine del secondo conflitto mondiale. Mai come qui Ichikawa è riuscito a coniugare un’efficacia narrativa ed uno stile spietato e crudo in maniera tanto sapiente e coraggiosa.

Siamo nelle Filippine, come già anticipato al termine della Seconda Guerra Mondiale, e l’esercito giapponese, ormai in rotta totale, continua a perdere terreno e fuggire alla rinfusa, senza rifugi o alimenti. Di qui assistiamo, con gli occhi di uno dei tanti soldati in fuga, alla desolazione, alla miseria, e alle atrocità che avvengono: la disperazione degli uomini si manifesta in ogni sua orribile sfumatura.

Dopo un inizio cinematografico alquanto dubbio per non dire fallimentare, vediamo pellicole insensate, futili e sconclusionate come “L’arpa birmana”, il regista nipponico cambia decisamente registro, mostrando di saper sfruttare al meglio le proprie doti di abile cantastorie. Questa volta però lascia da parte il precedente indirizzo per parlare del suo paese e della guerra con un registro crudo, forte, e al limite del sadismo. Le vicende mostrate, lungi dall’essere incredibili, danno però una chiave di interpretazione della realtà bellica davvero singolare, dove in pratica la disperazione e la miseria regnano incontrastate, e dove ogni inquadratura non si perita di mostrare tale dimensione nella maniera il più possibile d’effetto. I dialoghi assumono qui poca importanza ed il ruolo centrale viene assunto mano a mano sempre più dalla cinepresa. Ogni personaggio, svuotato della propria essenza di essere umano, si contraddistingue qui unicamente per le sue pulsioni, per le sue reazioni ed i suoi tentativi di fronteggiare la tragicità del contesto.

Il nostro protagonista è il mezzo attraverso il quale si immedesima, non solo il regista ma anche lo spettatore stesso: egli avanza nelle foreste filippine, negli ampi spazi aridi, con gli occhi di un incredulo, senza riuscire ad abituarsi completamente a ciò che vede e senza piegarsi del tutto alla mentalità che spinge le persone intorno a lui a compiere le più efferate azioni. La sopravvivenza infatti qui è dettata unicamente dal saper raggirare meglio le naturali leggi della vita: furti, delitti, omicidi e persino cannibalismo: queste sono le armi che consentono la sopravvivenza. Ma per farsi un’idea più chiara della pellicola basti pensare ad una delle sue scene più significative, che colpisce fin da subito in tutta la sua potenza e che dà la giusta impressione del tono di narrazione del regista: vediamo dunque un gruppo di soldati, tutti malati, distrutti dalla fame e dalla stanchezza che in fila, a partire dal primo, notano un paio di scarponi distrutti ma comunque in stato migliore dei propri e decidono di scambiarli: mano a mano che gli scarponi cambiano passando da un  soldato a quello dietro diventano sempre più distrutti, ma sempre in condizioni migliori di quelli indosso.

Ecco che sotto questo aspetto Ichikawa lancia la sua più grande provocazione, capovolgendo ogni tipo di razionalità per lasciare spazio ad un’accettazione che di fatto rimane unicamente come una scandalizzazione; più che convincere pienamente lascia attoniti per la quantità di brutalità alla quale si assiste. Una visione che sovverte ogni razionalità in maniera forse troppo superba, puntando ad un’esagerazione troppo ricercata, seppur dando comunque un affresco chiaro e stilisticamente ottimo della guerra e delle sue reali incidenze sulle persone. E nonostante, soprattutto nel finale, il regista si lasci andare verso una semplice contemplazione del grottesco, nelle ultime sequenza subentra una realtà addirittura ottimista, dove un gruppo di contadini si incontra con protagonista.

Senza ombra di dubbio quindi una scelta tecnica e direttiva azzeccata quella di Ichikawa, che tende, per raccontare l’intera vicenda, a lasciare l’onere del racconto unicamente alle immagini, lasciando da parte lo sguardo personale per una visione critica, che però tale è più per quello che si vede che per quello che il film vuole comunicare. Un film dunque di buona fattezza, che scandalizza e che rimane come l’unica opera pregevole del regista giapponese: un sunto bellico da non tralasciare, forse ci si poteva aspettare una maggiore concretezza, una superiore attenzione per il lato realistico e filosofico e soprattutto un’aspirazione ad intenti cinematografici maggiori della già esplorata situazione di guerra, ma comunque un buon film, uno dei ritratti bellici più autentici insieme a “La Condizione Umana” di Kobayashi.

Voto: ★★★/★★★★★

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Japanese New Wave e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...