Agatha et les lectures illimitées

Agatha et les lectures illimitées (1981) – Marguerite Duras / Francia

L’amore è sempre stato al centro dell’opera di Marguerite Duras, fulcro tematico spesso portato ad espediente per parlare d’altro. L’amore come occorrenza, occasione, schiavitù, l’amore come inattuabilità. E qui, in ‘Agatha et les lectures illimitées’, forse la più testamentaria fra le pellicole conclusive della carriera dell’autrice, si assiste ad un rapporto incestuoso, quello tra fratello e sorella, lo stesso che si svela per via romanzesca, tramite parole non più immagini, un sentimento dal passato carnale che ha però molto di spirituale, qualcosa di profondamente vissuto.

Una voce ininterrotta, quella della regista stessa, definisce il racconto. Dall’altra parte vi sono immagini fredde, sequenze quasi sempre immobili. La riva del mare, lo sguardo di una donna, un quadro. E poi i vetri delle porte, delle finestre. Si può dire siano proprio i vetri a fare da protagonisti figuratamente, se si considera l’importanza che gli si conferisce nel corso del film. Il confine tra il dentro ed il fuori, all’esterno la possibilità per la luce, ma anche l’ostacolo verso il mare, verso l’infinito, dall’altra parte solamente la possibilità di scorgere i paesaggi al di fuori ma pur sempre rimanendo dentro, oppressi dal buio degli spazi chiusi, relegati nella negazione della realtà. Si metaforizza così l’impossibilità del rapporto tra i due giovani, i cui sguardi non si incontrano mai, eppure entrambi sono lì, ripresi nella loro solitudine, nella loro impotenza. Ancora una volta un microcosmo alienato dal resto del mondo, annientato dallo stesso.

Fiumi di parole accompagnano volti e paesaggi stabilendo anch’essi radicalità all’opera, già di per sé estremamente draconiana, coraggiosa ed allo stesso tempo indifferente alle logiche della finzione, come prova la ripresa della mdp allo specchio, un’immagine che uccide l’idea di messinscena, di rappresentazione abbattendo la quarta parete in stile godardiano. La compagine dell’opera, difatti, è un organismo a sé stante che vive di impulsi e suggestioni creati dall’armonia tra la parola e l’immagine. Appoggiandosi al fascino della prosa (la professione primaria della Duras era quella di scrittrice), qui come in tutte le opere dell’autrice, si viene ad instaurare un clima anomalo, quasi romanzesco, dal flusso verboso, forse, esasperato nella propria mancanza di istituzionalità, ma mai innocuo. La sperimentazione sull’immagine, iniziata già verso metà degli anni ’70, volta a delirare il senso comune della stessa, trova qui maggior eterogeneità assumendo sia caratteri di stampo documentaristico, ricordanti ‘Le Camion’, sia quelli più poetici e contemplativi riecheggianti ‘Son nom de Venise dans Calcutta désert’.

Un rapporto dunque, quello tra suono ed immagine, gravemente tormentato, in continua ricerca dell’anti-estetismo più drastico, rancoroso e disprezzante la realtà nella quale persiste. Quello della Duras è un mondo privo di speranze, ed i suoi personaggi anime che non credono più in niente, nemmeno in ciò che è giusto e necessario. L’amore come via di fuga fittizia, perché qualcosa di impossibile, fallace; la Rivoluzione come imposizione morale, urgenza sociale, dall’altro lato, tuttavia, una lotta la cui fede svanisce sempre di più, fino alla sfiducia più totale, alla consapevolezza della natura fallimentare insita allo stesso atto sovversivo. Non resta altro che una chimera.

Voto: ★★★★/★★★★★

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