Arancia Meccanica

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A Clockwork Orange (1971) – Stanley Kubrick / UK

“Arancia Meccanica”, probabilmente al giorno d’oggi la pellicola più amata ed apprezzata di sempre, il manifesto di tutta la genialità del maestro Stanley Kubrick nonchè dell’intera cinematografica americana. Dopo l’enorme successo del suo precedente “2001: Odissea nello spazio” il cineasta per eccellenza riprende il celebre romanzo di Anthony Burgess “Un’arancia a orologeria” e torna con un’opera quantomai innovativa, personale, provocatrice e abbagliante sotto tutti i punti di vista.

Riassunto della trama, nonostante la sua notorietà implichi quasi obbligatoriamente la futilità di tale operazione: Alex è un giovane a capo di una banda di drughi, degli stupratori, assassini, ladri e quant’altro. Quando però, durante la loro ennesima scorribanda, i suoi compagni lo lasciano solo sul luogo del misfatto, egli viene catturato e incarcerato. In prigione egli, anche se dapprima sarcastico, si redime e, grazie ad una nuova cura sperimentale chiamata “Cura Ludovico”, che prevede la visione ininterrotta e forzata di filmati di ultra-violenza fino alla nausea, termina la sua prigionia e torna libero. Ma nel frattempo tutto è cambiato ed egli, oramai docile, buono fino all’esagerazione e costretto a ciò dalla reazione nauseante del suo corpo alla violenza, viene calpestato da tutti, cacciato fuori di casa, pestato a morte dai suoi ex-amici, e ridotto a tentare il suicidio. In ospedale infine egli diventa celebre e, a causa dello scandalo suscitato dalla sua storia, si assicura un lavoro ed una vita agiata.

Lungi dal dare una spiegazione troppo dettagliata, e quindi scendere nei particolari ben conosciuti di un simile film, proviamo a capire meglio quello che esso rappresenta. Con questo grandissimo exploit infatti Kubrick prende in considerazione gli aspetti principali della società a lui contemporanea, che ancora ad oggi risultano però ampiamente efficaci e validi, interpretandoli in chiave fortemente critica, immedesimandosi negli stessi esponenti di tali ambiti e criticandoli dunque in base ai loro stessi atteggiamenti,sicuramente enfatizzati ma comunque credibilissimi e di fortissimo impatto (effetto pienamente riuscito visto il clamore che suscitò alla sua uscita). A questo senso tantissimi sono i dettagli che rimandano a tale concezione, a partire appunto dalle forti rese dei personaggi, dal primo all’ultimo. Il cambiamento di Alex è uno dei fattori principali e sicuramente il più geniale, perchè cambia completamente la prospettiva dello spettatore, trasformando un individuo tra i più riprovevoli della società in un martire che suscita senza scampo compassione e tristezza. Il cambiamento però non riguarda solo questo aspetto ma, come in tutti i film di Kubrick, risulta il principale metodo di analisi, che spacca letteralmente in due il film dividendolo in due sezioni e permettendo così una maggiore chiarezza e possibilità di analisi critica, nonchè un cambiamento di prospettiva. Se nella prima fase vediamo il lato sregolato, corrotto e malvagio del mondo, la prima personalità del protagonista, e quindi la vista del mondo sotto una chiave critica nei confronti del singolo individuo, della tipica persona in tutta la sua reale deformità, nella seconda la critica si sposta non nei confronti del popolo e quindi della libertà d’azione dell’essere umano ma bensì dell’ente società, sottolineandone le sue vere e concrete colpe in quello che è il mondo. Kubrick non vuole assolutamente giustificare il male e nemmeno sottolinearne o colpevolizzarne completamente tutta la sua ingiustizia e scorrettezza; egli vuole invece far notare quanto la società stessa, con i suoi atteggiamenti corrotti, falsi ed opportunisti (dall’espediente della cura Ludovico fino all’abietto finale dove il sindaco cerca di riappacificarsi con Alex), abbia una grande parte di colpa in quello che l’uomo diventa ed in quello che fa. Perchè per Kubrick l’arbitrio dell’uomo è sì fondamentale, ma viene anche pesantemente condizionato dall’ambiente in cui questo vive: le colpe vanno divise tra potere e popolo e qui il maestro ci regala uno sguardo imparziale e il più possibile concreto, anzi. Guardando il grado di enfatizzazione critica che egli conferisce ad ogni singolo personaggio viene quasi da pensare ad una simpatizzazione più per Alex che per la giustizia: anche perchè il giovane è poi l’unico che sconta realmente le sue pene, al contrario dell’incorreggibile abiezione di chi sta al potere. Sotto l’aspetto critico quindi una pesante e provocatoria satira al governo e agli equilibri moderni, che guarda al male come a qualcosa che risiede non solo nel rompere le regole ma anche e soprattutto nel governare le stesse. Se perciò la violenza fisica è resa in modo brutale e tremendamente insopportabile, quella sociale (medicina, politica, polizia, popolo) è ancora più grottesca, in quanto mascherata sotto una patina di perbenismo e falsità che sfocia immancabilmente nell’avere come esponenti gli stessi individui che per primi la contrastavano (i drughi come poliziotti sono l’apice della poetica kubrickiana in causa).

Nei film del maestro troviamo perciò un unico denominatore comune: l’insopportabilità della realtà. L’odio spontaneo che filtra e penetra in ogni inquadratura nei confronti di un mondo ipocrita, dove l’individuo è servo di una mentalità corrotta ed opportunista, che sia quella bellica o quella di politica e quindi di facciata. Ogni altro aspetto come la religione (vedi le riprese del cristo), la musica, la famiglia (vedi la quasi comicità degli atteggiamenti ridicoli dei genitori di Alex), l’amicizia, il sistema carcerario, viene banalizzato, deriso e quindi demolito, sempre in chiave comico-grottesca; un elemento questo che accompagna tutto il film, quasi come se la risata fosse l’estrema presa in giro di una pellicola che raggiunge il suo apice nel grande, appassionato sorriso che lo stesso Malcolm McDowell (qui in stato di grazia) mostra ad inizio film e poi per tutta la prima parte dell’opera.

Tecnicamente il film è indescrivibile. Fin dal primo momento il supremo cineasta ci cala all’interno di un mondo pesantemente grottesco, dove la realtà al cubo riflette immancabilmente il messaggio registico. Gli sproloqui dei drughi, il loro linguaggio strano ed inventato, gli ambienti caratteristicamente kubrickiani e in bilico tra moderno e fantastico, le reazioni portate all’estremo ed enfatizzate di ogni personaggio, e soprattutto violenza: violenza pura e senza filtri, violenza alla Gene Kelly e violenza alla Beethoven, e già da qui si vede il ruolo fondamentale delle musiche nell’opera. La cinepresa come al solito è un’entità viva ed onnipresente, che non ha paura di mostrare l’inguardabile e che qui come mai calca la mano con primissimi piani, sequenze prolungate e in lento movimento ed un’enormità di geniali espedienti direttivi. Da citare sicuramente tra le più particolari la scena di sesso velocizzata, quella dove Alex ascolta Beethoven e viene colto da raptus di follia e quella della vendetta sempre di Alex per sedare la rivolta dei suoi adepti: ma come già detto ogni singola inquadratura di Arancia Meccanica è un lavoro esemplare che meriterebbe un’elogio singolo, dunque troppo lungo. Impossibili da dimenticare infine le sontuose scenografie e gli splendidi brani di musica classica (Rossini, Beethoven).

In finale dunque l’opera maggiore del più grande regista di tutti i tempi. Un monumento eretto in nome del cinema e di ciò che esso stesso può. Lavoro del quale risulta impossibile renderne merito, straordinaria fusione di generi, critiche e tecniche che mostra un mondo fin troppo vicino al nostro in tutta la sua fantascienza di genere, lo sguardo allucinato, perverso e magistrale di un cineasta enorme.

Voto: ★★★★/★★★★★

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2 risposte a Arancia Meccanica

  1. Ale Sabatini ha detto:

    ottima recensione, complimenti

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