Il Cielo Sopra Berlino

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Der Himmel über Berlin (1987) – Wim Wenders / Germania Ovest

Poche opere hanno la capacità di trasformare la semplice esperienza visiva in un commuovente, folgorante viaggio ipersensibile, scavando all’interno della natura umana e guardandosi intorno con gli occhi di un bambino. Ebbene, tre anni dopo l’affascinante quanto toccante “Paris, Texas” torna il maestro tedesco con una lezione di Cinema impagabile; l’espressione più pura e fascinosa di un concetto di arte che punta dritto all’animo umano sviscerandone i suoi più profondi stati e segreti imperscrutabili. Uno splendore tanto abbagliante ed immediato da risultare ad occhi inesperti quasi semplicistico nelle sue conclusioni.

Il film mostra due angeli che, come supervisori del pianeta, vagano tra le anime desolate di Berlino, osservando la loro povertà e arrendevolezza senza poter fare nulla,ma fin da subito si nota come il punto di vista si sposti sempre di più verso uno dei due, Damiel che, affascinato dal lato umano della vita, decide di diventare umano e passare il resto dei suoi giorni con una donna osservata in precedenza.

Nonostante ci sia una trama i personaggi scorrono davanti allo schermo come anime in pena, senza sapere cosa cercano, accompagnati da note malinconiche e mutevoli colori di sfondo. Fin dall’inizio si nota appunto come questi ultimi cambino a seconda dello svolgimento della storia e degli stati d’animo più congrui al momento: l’inizio del film è un bianco e nero oppure un seppia sbiadito perché portatore di profonda tristezza e solitudine, infatti osserviamo i due guardiani avvicinarsi ad alcune anime infelici e torturarsi ora per la loro miseria ora per i loro atti inconsulti (uno di questi ad esempio si suiciderà). Ma proseguendo con la pellicola, il tono non cambia affatto, solamente si sposta verso altri angoli della città mostrando sempre nuove persone, povere o meno, nella media o viceversa, ma sempre in disperato bisogno di aiuto. Ed è proprio il magistrale uso della fotografia che, abbinato ad una regia calma e attenta che approfondiremo più tardi, evoca tali sensazioni. Ad un certo punto però si nota un cambiamento:insieme con quella di Damiel avviene anche la trasformazione dell’intero pianeta, che porta il film a diventare a colori. Un barlume di speranza per il genere umano invade l’universo e il buon angelo ci mostra la città sotto un altro aspetto. Da quel momento infatti le riprese rimangono a colori quando riprendono Damiel mentre tornano come in precedenza nelle sequenze dell’altro angelo, che nel finale notiamo guardare il mondo dallo stesso posto occupato in precedenza dall’amico, forse meno speranzoso di lui.

E’ questa una pellicola molto particolare che esce notevolmente dal modus operandi dell’autore, che mai si era cimentato in opere così dense di significato e così fortemente espressive. Si riscontrano comunque punti in comune con le sue prime opere, come per esempio “Alice nelle città” o “Lo stato delle cose”: l’uso del bianco e nero come arma più potente per trasmettere l’angoscia esistenziale dell’uomo, in questi film in costante ricerca della propria via, ed è proprio questa caratteristica che si nota persino in film più tardi come Paris, Texas. Nel film inoltre, come ulteriore punto in comune, non viene risparmiato il rimando al mondo del cinema, simbolo qui di perenne scontro tra reale e irreale, possibile e impossibile, e fattore che porta il protagonista a comprendere la vera essenza dell’uomo e a decidersi a rinunciare alla sua perpetua divinità.

L’universo wendersiano è una fedele ricostruzione del mondo così come egli se lo immagina: un posto fosco e scuro, non completamente perso ma difficile da criptare e dove la libertà così come la felicità vanno conquistate duramente, a costo di rinunciare alla propria immortalità (vedi Damiel) o di dover tornare indietro nel passato alla ricerca di una risposta (Paris, Texas). L’attenzione durante il film non si focalizza mai sui protagonisti in sé, essi infatti fungono da tramite, da mezzo attraverso il quale Wenders delinea la sua idea di umanità; i comportamenti tenuti dai suddetti sono espressioni di profondo smarrimento morale ed emotivo e il dolore che essi provano e l’asprezza delle loro scelte nella storia sono fattori chiave per comprendere appieno i film del regista tedesco.

Tecnicamente questo film è immenso e il picco di maestria che viene raggiunto qui delinea questo film come probabilmente la più grande opera tedesca di sempre. La regia è estremamente attenta e riprende in primo piano come in piano largo a seconda dello stato emotivo che vuole suscitare; la durata delle sequenze è spesso eccessivamente lunga ma mai pesante. Durante tutto il film si nota come la cinepresa viaggi continuamente per la città, saltando in situazioni continuamente diverse per riprendere realtà differenti, come quasi fosse essa stessa un angelo o un uccello, spostandosi in lento e perpetuo moto e cambiando così repentinamente punto di vista e punto macchina, senza però farne notare troppo l’uso. L’effetto grandemente suggestivo e poeticamente evocativo che si ha soprattutto nella prima parte del film è dovuto ai versi di Peter Handke, che ne fanno da sfondo qui come nelle scene più toccanti dell’opera, spesso ingiustamente tacciate come banali. La scena dell’atleta di  un circo durante un allenamento è esemplare a riguardo,come anche quella di Bruno Ganz, seduto in cima alla scultura di un palazzo, che osserva attento l’operato dell’intera popolazione, inerme e impossibilitato ad aiutarla.

Questo e molto altro ci sarebbe da dire su quest’opera, basti però comprenderne i punti chiave. Essa si presenta in definitiva come un articolato poema visivo che va oltre l’apparente superficialità mostrandosi tra l’altro un’affresco decadente della Germania, sul finale della guerra fredda, e perciò duramente colpita: le riprese dei protagonisti in passeggio lungo il muro della città ne sono la riprova.

Un film quindi completo e altamente simbolico, che chiude il cerchio dell’intera cinematografia tedesca e porta il regista tra i maggiori autori simbolo del paese. L’espressione più poetica e speranzosamente umanista dell’intero universo cinematografico prende forma in un’opera che riesce a fondere la commovente potenza visiva delle immagini con le note poetiche di un vero e proprio elogio alla vita.

Voto: ★★★★/★★★★★

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3 risposte a Il Cielo Sopra Berlino

  1. Io questo film lo considero come una “scarica” di sentimenti puri, con cui non riesco mai a trattenere le emozioni, una delle più grandi prove registiche che siano mai state fatte, complimenti per la rece!

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  2. Pingback: Guida per approcciarsi al Cinema d’autore | Cinepaxy

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