Dark Horse

Dark Horse (2011) – Todd Solondz / USA

Ci aveva preparati. Si era preparato, lo avevamo constatato già in film come ‘Storytelling’: ogni minimo dettaglio lasciava presagire a un qualcosa di epico, che riportasse la dimensione dell’americano medio in maniera ancor più grottesca e centrata, nuovamente vera. Affilato e sardonico, Solondz realizza un affresco agghiacciante del proprio Paese, capace di spaventare nutrendosi della follia insita nella condizione stessa dei propri soggetti, prototipi di quel sogno americano (a distanza di anni dalle sue più note concettualizzazioni romanzesche) ancora in grado di incutere sgomento. Si parla, del resto, di una realtà piuttosto attuale: il protagonista Abe, un uomo impotente di fronte alle proprie responsabilità di adulto, vive ancora con i genitori, colleziona pupazzi e non riesce ad affrancarsi dai suoi stessi limiti. Ed è proprio qui che comincia il film, è qui che TS si “intromette” in quello che pare già uno scenario autosufficiente, costruendo attorno al nostro primo interprete un incubo, un vero e proprio vaso di Pandora pronto ad esplodere. Chiunque pare affliggerlo, tormentarlo, vessarlo ma con sottigliezza, rinfacciandogli ciò che egli stesso pare essere nato per incarnare, un emarginato, un perdente, bambinone sull’orlo dell’obesità incapace di crescere.  Dal padre Jackie al fratello Richard, due affermati membri della società improntati al successo, dalla collega Marie, alla compagna Miranda, il film è un confronto/scontro continuo che sembra volersi deliberatamente perdere tra realtà e immaginazione, finendo per oscurare la linea di demarcazione che separa l’una dall’altra. Il giudizio che ne emerge è severo, come spesso accade nelle opere dell’autore, eppure il ritratto si può considerare nel complesso poco iniquo: Abe non è un eroe e – a conti fatti – è innegabile sia molto meno innocente di quanto non possa apparire. Risulta penoso assistere al dramma che si abbatte su quest’ultimo, specie sul finale, in seguito all’inaspettato colpo di scena, ancora più penoso considerando quanto viene operato affinché il film volga in tal senso.

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Dall’organizzazione degli spazi all’aggressività sul piano visivo infatti, l’opera viene strutturata al fine di imprigionare i soggetti in un quadrato, un ring dai toni pacchiani, tappezzerie e abbigliamenti che variano dal pois alle dubbie tinte unite. Una volta al suo interno, sono le pause prolungate a dominare, le battute fredde e fuori luogo, surreali quasi. Un senso di oppressione domina la scena, il risultato di situazioni (come detto) tragicomiche, irreali, a partire dalla relazione di Abe con Miranda che si rivela presto marcia, indolente persino nel fingersi concreta – come il resto dei rapporti, in fin dei conti. Eppure non è questo il film, non da subito perlomeno. TS si improvvisa illusionista imbastendo una prima parte dell’opera a stampo comico, prima parte che gode dell’ironia caricata sull’intera scena, per poi, in un secondo tempo, svelare il trucco, mostrare il doppio fondo del cappello per restare nel paragone, convertire tutta quell’ironia in pura malvagità. Il Dark Horse del titolo descrive in tal senso la parabola discendente dell’opera, quella di un loser con le capacità e la stoffa per emergere, peccato che Solondz ne capovolga crudelmente l’esito. Il registro stilistico si adatta a queste interpretazioni, tecniche e di script che siano, convertendosi dal comic al drama movie fino al grotesque; l’autore nega così chiavi di lettura a priori, favorendo un’ottica estraniante della vicenda, ma fornisce altresì un esercizio brillante, prova della propria abilità dietro la mdp. Un capitolo del Cinema postmoderno senz’altro inedito fino a ora (dagli echi coeniani e del primo periodo di Paul Thomas Anderson) e paragonabile solo al miglior Altman, cui il regista prende innegabilmente più di uno spunto.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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