Un Posto sulla Terra

poster

Mesto na zemle (2001) – Artur Aristakisyan / Russia

Ciò che ci trasmette “Un posto sulla terra”, attraverso la sua costante creazione di paradossi viventi, è principalmente la ricerca di un’estasi dei sensi, di un Eden irraggiungibile sintomo di una condizione esistenziale moribonda. Spalancato di fronte a noi si apre infatti un immenso baratro di follia, di emarginazione congenita, di volti deformi solcati dalla miseria di un’epoca, inutile sporgersi oltre vagando dementi con lo sguardo in cerca di effimeri attimi di gioia. Li osserviamo muoversi, corrompersi nelle infime catapecchie di periferia, gli occhi esangui solcati dalle lacrime, le bocche spalancate come fauci in cerca di appagamento. Lordarsi di putrido, sozzo squallore, vagare perduti tra le anime dei dannati, degli esclusi. In un certo senso l’immensa opera di Aristakisyan ci riporta tutti quanti al grado di emarginati, di perenni dementi marcati a fuoco come tali, e questo non tanto in seguito a ciò che l’opera stessa ci mostra quanto proprio grazie al suo divenire evento-luce di un reale al contempo catartico e universale. Nel suo essere tacciato come atto manifesto del più grande Cinema di liberazione e di purificazione di recente memoria, questo secondo ed ultimo lavoro dell’autore moldavo diviene la parabola dei giorni nostri ed i suoi avvenimenti, profezie metaforizzate di un presente evirato e dissennato.

Una Mosca cupa, graffiata dallo stesso freddo che la avvolge e scolpita su marmo come un antico affresco medioevale sbiadito e corroso dal tempo. In uno scenario che poco si distacca dall’apocalittico ma che al contempo ammicca lo sguardo all’America degli anni settanta e ai suoi stimoli comportamentali e ideologici, osserviamo un gruppo di derelitti, incoscienti adepti di una misteriosa setta dedita ad un libertinismo del tutto edonico (una sorta di compromesso ideale tra il Baudelairiano e il D’Annunziano). Tra alcuni, primo su tutti il folle leader del gruppo, che faranno di tutto pur di raggiungere il loro ideale di pace e libertà spirituale (compresa la castrazione), ed altri che troveranno il loro personale, effimero appagamento dalla miseria che li vessa e opprime, Aristakisyan decide di eclissarsi completamente donandoci una delle più grandi e definitive visioni umane mai osservate, quella di un reale onnipresente e capitolante di fronte a se stesso. Uno specchio in frantumi, un volto in disfacimento, un posto sulla terra, un calvario verso la dannazione eterna.

Ciò che si vede, l’inappariscente visione deframmentata in sprazzi di informe bestialità, acquisisce significato nella pellicola solo in quanto trauma necessario per destituire fin dalla prima sequenza la possibilità di assistere ad un’opera, in questo caso, semplice testimone del degrado. La speranza è probabilmente la chiave, la soluzione per provare ad interpretare con sufficiente riverenza il complesso lavoro di Aristakisyan. Tutto ruota intorno ad essa; ogni volto, ogni espressione, ogni tragico sprazzo di dolore (dunque perfino il dramma) assume assieme ad essa un significato liberatorio atto a ridefinire il concetto di essere umano in funzione del proprio atteggiamento verso l’esistenza stessa. Esistenza che d’altro canto vediamo realizzarsi ben oltre i margini del sopportabile e dell’immaginabile, un luogo (quello che ospita i protagonisti per la quasi totalità dell’opera) diroccato, abbandonato, un angolo dimenticato da Dio dove ogni sorta di epidemia e di goliardica perversione regna incontrastata. Il leader della comune che popola quest’ultimo è, in questo senso, l’emblema dell’umanità e della sua ossessione verso un equilibrio vitale irraggiungibile, verso quella libertà totalmente scevra da vincoli sociali, morali e politici che di fatto la società moderna non ha mai permesso. La soluzione allora non rimane che il sacrificio, l’autopunizione per tentare di raggiungere una condizione spirituale superiore: se però la privazione è la risposta cattolica alla salvazione, la dannazione trascende per principio primo l’esistenza stessa diventando una condanna irrevocabile.

In quanto atto politico poi Un posto sulla terra non può che confermarsi la prova vivente, la testimonianza, l’apologia più ardente in difesa del moderno concetto di etica e di libero pensiero. La speranza come atto sovversivo, la pratica smisurata di tutti quei comportamenti banditi e tacciati come illegali e/o amorali dalla società come mezzo per raggiungere uno status più elevato, una spiritualità ed una concezione di essere umano superiori. “Il tempio dell’amore”, teatro di tali azioni, diviene la massima espressione di un volersi riappropriare della legittimità di amare e vivere a contatto col prossimo, scevri da limitazioni imposte da fattori esterni. Le storie dei singoli in questo frangente vengono a sottolineare e rafforzare tale concetto costruendo un accurata e demistificante parabola umana nel senso proprio di avente come soggetto e come scopo solo e soltanto l’uomo ed il suo reale posto sulla terra. Per attuare tutto ciò lo scenario è necessariamente opprimente, la mdp stringe affannosamente sui personaggi, la miseria diventa soggetto, oggetto e conseguenza dell’opera (l’autore dovette vendere tutti i propri beni per la realizzazione del film) e la fotografia si palesa in un bianco e nero inevitabilmente sporco. Aristakisyan fa luce su di un universo ai limiti della civiltà, penetra negli anfratti più oscuri coricandosi coi moribondi o coi semplici senzatetto stretti l’uno tra le braccia dell’altro in cerca di calore. Dimentica il verbo, oblia ogni linguaggio, sacrifica te stesso in favore della tragedia, l’infinito proporsi del presente.

Voto: ★★★★★/★★★★★

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