Risvolti #5 – Il decennio MCU e la rivoluzione dell’intrattenimento

  • L’IMMAGINARIO SUPEREROISTICO E L’AFFERMAZIONE DEI CINECOMICS

Il culto dell’eroismo ha sempre avuto forte presa sull’immaginario collettivo. Sin dall’invenzione dei Lumière si è usufruito (più o meno) consciamente dell’influenza eroistica sullo spettatore, in un periodo protrattosi fino al tramonto della golden age hollywoodiana e conseguente alba della new hollywood. Da una parte il bisogno del fruitore di rivedersi in una potenzialità che appaghi e rifugga dalla realtà, dall’altra l’opportunità delle istituzioni, per lo più USA, di farsi rappresentare attraverso le major da una figura largamente accreditata, capace di giustificarne ideali e azioni, celandone talvolta un’ideologia surrettizia (e.g. il nazionalismo di attori-personaggio come John Wayne, Gary Cooper, James Stewart, ma anche l’astuzia politica di icone à la James Bond). Si può dire che la saga di ‘Star wars’ abbia rappresentato uno spartiacque, dando vita a un universo futuristico, da subito spazio per le fantasie e i desideri del grande pubblico. Ma se precedentemente l’eroe veniva impersonato da un uomo comune, in un secondo tempo le esigenze delle nuove generazioni hanno portato l’industria cinematografica a trattare di quei personaggi che con sempre maggior coinvolgimento venivano seguiti. Così, il grande schermo ha soppiantato la carta stampata appropriandosi delle intuizioni di cui il mercato fumettistico era portavoce. Il passaggio di testimone eroe-supereroe, tuttavia, non è stato affatto morbido e ha richiesto diversi decenni per affermarsi, complici di tale riuscita possiamo annoverare le saghe di Tim Burton, Sam Raimi e Christopher Nolan, tutti registi apprezzati e riconosciuti su larga scala; un contributo, il loro, riassumibile nell’aver sdoganato l’immagine dapprima elitaria del cinecomics, legittimandone una veste più autorevole dunque una maggiore credibilità in virtù della quale si è potuto ampliare il range spettatoriale. Ma sarà solo con l’avvento del nuovo millennio che, nell’ottica supereroistica, verrà introdotto e adoperato con sempre maggior costanza il fattore serialità. In questo frangente si impone l’universo Marvel: dopo diversi anni trascorsi a vendere i diritti dei propri personaggi di punta – tra cui i proficui X-Men alla Fox e Spider-Man alla Sony – i Marvel Studios si decidono finalmente a produrre autonomamente, dando il via a quella che è, con ogni probabilità, la più proficua epopea cinematografica, ovvero il Marvel Cinematic Universe (MCU). Ad oggi, la casa vanta numeri impressionanti, incassi da record a livello mondiale: solo ‘Iron man’, il primo, fortunato capitolo, riscosse più di mezzo miliardo di dollari. Nel 2012, ‘The avengers’ raggiunse per primo il miliardo e mezzo, mentre ‘Avengers: Infinity war’, a un mese dall’uscita nelle sale, è già record mondiale con introiti pari quasi ai due miliardi di dollari, il film finora più costoso del MCU.

Fotogramma da Iron man (2008), Jon Favreau

iron-man

  • RICERCA DI MERCATO, STRATEGIA DI MARKETING

Considerato che l’opera pionieristica della saga fu un successo al di là di ogni previsione, e ciò probabilmente grazie alla natura inedita del suo protagonista (sul grande schermo, perlomeno), sorge spontaneo chiedersi come sia riuscito un marchio a sollevarsi all’interno di un panorama per molti versi già ai tempi saturo. Il suo successo non si presta a semplificazioni e risulta anzi interessante oggetto di analisi sociale e commerciale, frutto di un’elaborata indagine di mercato. Elemento chiave nella riuscita si suppone sia stato, da principio, il concreto realizzarsi di qualcosa di unico, mai nemmeno ipotizzato, un sogno, l’edificazione graduale di una realtà parallela a quella ordinaria dove individui dalle capacità straordinarie potessero non solo esistere ma anche resistere (perdurare), confrontandosi a vicenda, venendo debitamente approfonditi e accompagnati nel corso degli anni. Il concetto è un po’ il medesimo introdotto e fiorito già nel diciannovesimo secolo in campo letterario e soprattutto radiofonico: pensiamo però a cosa succederebbe quando, ai numeri impressionanti (parliamo anche di contropartita pecuniaria) capaci tutt’ora di vantare l’arte cinematografica, venissero abbinati un divismo prorompente e una passione per tutto quanto concerne il sovrannaturale, sostanzialmente fantasy e fantascienza dunque (e in questi primi due casi gli esempi si sprecano, da ‘Il signore degli anelli’ al già citato ‘Star wars’) ma anche e soprattutto, come in questo caso, un fenomeno ibrido: il cinema supereroistico. Ecco allora che, adunando questi fattori, otteniamo un oggetto quanto meno complesso e stratificato, con una concezione originale di prodotto audiovisivo. Non più un azzardo che, in un paio d’ore, dovesse convincere e vincere inderogabilmente i riserbi del pubblico, ma il primo mattone di un muro invalicabile, fin troppo probabilmente – ed è questa la grande problematica ad oggi ancora irrisolta intrinseca alla pratica seriale (e più che mai al MCU). Alla base di questo processo di fidelizzazione morbosa il cui successo è ogni giorno attestato dalle miriadi di congetture e teorie narrative alimentate su una vastissima parte della propria fanbase – specialmente attraverso dichiarazioni rilasciate di tanto in tanto tra un capitolo e il successivo  si parla di ricerca, strategia di marketing, come dell’accattivarsi quantità sempre maggiori di spettatori, giungendo a numeri esorbitanti mediante l’abbattimento sempre più assoluto di ogni barriera generazionale e propria alle dinamiche interne al mondo cinefilo. Si parla di qualità, di tecniche sempre più avanguardiste per quanto riguarda effetti speciali. Si parla di ingaggiare l’attore giusto al momento giusto (il più amato, il più richiesto, il più costoso dunque). Si parla di ideare una scrittura che sia non soltanto solida e poco questionabile, ma anche capace di approfondire dinamiche interpersonali, attribuendo tridimensionalità ai personaggi in modo tale da spianare la strada all’idolatria del pubblico, magari ammiccando contemporaneamente ad altri film della saga, precedenti ma anche futuri. Vengono gradualmente corroborate idee partorite nel campo della serialità, da quella di ‘multiverso’ a quella di ‘crossover’, dove la prima si riferisce all’esistenza di universi paralleli che convivono ospitando più realtà, la seconda all’incontro, in un determinato capitolo, di supereroi provenienti da storylines differenti. Tutti espedienti che, nell’esplorazione di territori commerciali mai debitamente penetrati, si orientano a propiziarsi il favore dei fans in impaziente attesa di reunion dei loro eroi preferiti. È l’alba di un mondo unico oramai, o quasi, a sostenere e mantenere in vita la sala cinematografica. L’intrattenimento non è più lo stesso, il coinvolgimento che gran parte del pubblico richiede – una dipendenza, come per i videogiochi, fondata sul riflesso specchiato di un’identità, sul riconoscimento di sé in un’alterità senza confini – impedisce allo spettatore medio di accettare altro film che non sia un prodotto, altro prodotto che non risponda a certe caratteristiche prestabilite.

Fotogramma da The Avengers (2012), Joss Whedon

the avengers

  • IL VALORE AGGIUNTO DEL MARVEL CINEMATIC UNIVERSE

È chiaro allora che il sistema nel quale si muove il MCU sia fondato su prerogative in un certo qual modo garanti della riuscita ancor prima che della realizzazione. Come, dunque, si possono sintetizzare i punti di forza di questo marchio? In che modo si può dominare un mercato da miliardi di dollari senza risentire minimamente della (sconsiderata) vastità concorrenziale? Ricordando, per scongiurare fraintendimenti, che parlando di punti di forza, di riuscita, si allude esclusivamente al valore commerciale del prodotto, alla sua capacità di coniugarsi totalmente con i voleri e le aspettative comuni, ricordando ciò dunque, ecco che i riguardevoli traguardi raggiunti dai Marvel Studios non fanno che acquistare valore, esaminati meramente in un’ottica di mercato (con il quale l’arte si ritrova necessariamente a fare i conti). Addentrandosi nel merito del discorso, sarebbe improprio riferirsi a una struttura filmica, non tanto perché il cinecomics Marvel non ne abbia una – vive al contrario di un’organizzazione formale più che rigorosa, quasi ossessiva e ponderata pur nelle cadute più bieche – piuttosto poiché tenendo presente l’ambito di contorno al prodotto e al mondo che lo produce, sorge spontaneo ragionare in termini di obiettivi di mercato: differenziazione e qualità del prodotto volte alla conquista di una leadership ormai da anni affermata, ribadita oggi più che mai e perciò impossibile da ignorare. A proposito del primo punto, i rivali, se così si possono definire, dello studio in causa furono e sono tuttora molti, primo su tutti la DC Entertainment, che a partire dal 2013 ha creato un universo parallelo al MCU noto come DCEU, o DC Extended Universe. Il successo di quest’ultimo è anch’esso una realtà (seppur gli incassi registrati a livello mondiale dei singoli film non sfiorino mai le cifre riscosse dall’industria sussidiaria Disney) nondimeno le diversità sono svariate e neppure minime, distanti quanto basta per sancire due registri di comunicazione ben distinti. In effetti, i prodotti DC ostentano spesso una patina seriosa, parodie che mirano ad esasperare o addirittura esacerbare i canoni marveliani con una fierezza e un orgoglio fuori contesto. Dai personaggi marcatamente caricaturali ai dialoghi inverosimili e affettati, dagli intrecci lacunosi agli ammicchi femminili troppo pronunciati, dai villains implausibili ai combattimenti troppo frequenti, per non dire onnipresenti. Un insieme di elementi mal gestiti costituenti per gran parte il divario che separa la prima casa dalla seconda, laddove il MCU gestisce con più astuzia i punti sopraccitati (le figure di Thanos e Vedova Nera, rispettivamente villain ed eroina, sono la riprova del meticoloso, vincente approccio degli autori Marvel). Non è allora con grandi difficoltà che l’universo Marvel semina antagonisti come la Warner (si veda il loro MonsterVerse, rozzo tentativo di inseguire il trend della serialità) e la menzionata DC, penalizzata più che altro dalla smania di raggiungere in tempi stretti i competitori Marvel. Si è ottenuto così un prodotto di qualità capace non solo di guardare al range canonico under-15, bensì di arrivare sino allo spettatore 40enne, parlando un linguaggio sempre più universale oltretutto capace di generare una simbiosi difficilmente riproducibile.

Fotogramma da Avengers: Infinity War (2018), Anthony Russo, Joe Russo

avengers infinity war

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