10th District Court

10e chambre – Instants d’audience (2004) – Raymond Depardon / Francia

Se Wiseman mira a suggerire un giudizio circostanziale su di un particolare evento per mezzo della sua stessa natura stessa, si mescolava cioè con l’ambiente ponendosi parallelamente ad esso e lasciando ogni conclusione allo spettatore (non sempre di carattere critico, specie in questo suo ultimo periodo di attività), Depardon si muove analogamente, fin troppo simile nella meticolosa costruzione di un corpo da osservare. Le sessioni registrate, in questo caso, dunque, più che denunciare un determinato aspetto collaborano alla realizzazione di un quadro sociale molto più rilevante di quanto non possa apparire a primo acchito, e ciò va ricercato prevalentemente nella somma di impulsi offertici dal contesto così come dagli elementi e dai soggetti protagonisti dell’opera. Non è tanto l’oggetto ad offrirsi quanto proprio lo sguardo ad elevarlo. Parte attiva dell’inchiesta, se così vogliamo chiamarla, non è più l’autore – come poteva dirsi dei vari Watkins, Hara e via dicendo – ma ciò che egli sceglie di mostrare, senza porsi come parte in causa.

’10th District Court’, sulla falsa riga del precedente ‘Caught in the Acts’, apre sulla corte distrettuale del decimo distaccamento di Parigi mostrando da vicino le sorti di alcuni casi ivi discussi, analizzati e sentenziati nel raggio di tre mesi. A presiedere il giudice Michèle Bernard-Requin. La pellicola viene incentrata su dodici casi ritenuti i più significativi nell’arco del periodo esaminato, mostrandone sia l’apertura sia l’epilogo ed alternandoli l’uno all’altro in una sorta di immaginaria corsa verso l’assoluzione che vedrà però tutti quanti gli imputati meno uno (prosciolto per mancanza di prove) colpevoli dei crimini di cui accusati.

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L’operazione intentata da RD si prefigge di proporre, attraverso un costrutto semplice, l’ordinarietà di una detta situazione facendo sì che tale ordinarietà risulti tanto consueta quanto, in fin dei conti, stupefacente. Il punto di vista del regista è infatti esterno, estraneo ai fatti, egli si fa spettatore e giunge a noi solo in campo puramente direttivo, in fase tecnica. Nulla lascia intravedere un che di artefatto o mediato, dall’impassibilità e dalla ponderatezza di un giudice pressoché indiscutibile all’impostazione stessa dell’opera, irrefutabile per molti aspetti. D’altro canto, gli artifici tecnici di cui sopra accennato contribuiscono a rendere lo spettacolo un vero e proprio dibattito in presa diretta, un angosciante scontro tra parti. I primi e primissimi piani che dominano la quasi totalità dell’opera allora giungono a rimarcare, sottolineare e delineare intenti, reazioni nonché la natura stessa degli individui via via interpellati. La staticità che vede ogni inquadratura sovrapporsi alla precedente come per incastro conferma l’invito dell’autore a riflettere soffermandosi sull’emotività dei presenti. Ne consegue l’emergere di un nuovo piano di confronto dove chi osserva viene invitato a giustapporre il soggetto col reato di cui imputato e, chiaramente, col giudice Bernard-Requin. Guida in stato di ebbrezza, uso di stupefacenti, violenze domestiche sono solo alcuni dei crimini sui quali veniamo invitati a riflettere, quasi fossimo un’immaginaria giuria.

Depardon riflette sui limiti e sulle possibilità del documentario interpellandosi sui risultati di una testimonianza il più vicino possibile al concetto di realtà inoppugnabile. A questo scopo opta per un contesto classico, per eccellenza sede di verità e giustizia, ovvero il tribunale, lasciando che il resto sortisca dal semplice corso degli eventi. L’immagine viene pertanto caricata di una trasparenza che è sinonimo stesso di ammissibilità, si pone su di un piano che nulla ha di privilegiato nei confronti di chi osserva, anzi, ne subisce quasi l’inferiorità lasciando ogni interpretazione a posteriori e non certo a priori, e questo nonostante l’efferatezza e la netta disdicevolezza dei fatti affrontati. Inoltre, l’apparente annullamento di un punto di vista apertamente critico fa sì che tale analisi risulti ancora più efficace e coinvolgente in quanto inconfutabilmente personale, frutto del giudizio spettatoriale e non dell’unico, singolo cineasta appropriatosi della vicenda (tale, ultima considerazione vale, a conti fatti, in quanto sommaria interpretazione dettata dall’opera in causa e non si avvale di termini generalizzanti tali per cui l’opposto di quanto affermato, la presenza cioè concreta dell’autore all’interno del racconto, venga previamente sottovalutata). Eppure non ci si può esimere fino in fondo dal ravvisare sotto pelle il fallimento di una giustizia che, in tutto il suo corretto adempimento, condanna con zelo eccessivo: negli occhi di chi pare severamente giudicato ed in quelli di chi, al contrario, non si avvale di altrettanta, chiara rettitudine, i casi si fanno sempre più complicati, i meccanismi, ai nostri occhi, sempre più familiari, fino a sospettare l’ingiustizia.

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Voto: ★★★/★★★★★

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