Inside

Inside (2017) – Vicky Langan, Maximilian Le Cain / Irlanda

Crisi di coppia come crisi interiore, conseguenze di un processo psicologico che prende vita nella ricerca di risposte. Segue lo stravolgimento dell’ordine che dapprima andava a mitigare la routine, sedava in qualche modo quella sete di risposte. Allora la crisi come presa di coscienza definitiva, fatalità di un dolore mortale che trova guarigione solamente nella propria negazione. Non più un’evoluzione interna, piuttosto l’effetto naturale di un’accettazione che si rivela patologia: la mente prevale sul corpo, ormai svuotato di significato, e dello sviluppo poderoso di questo fenomeno psicosomatico l’immagine si fa specchio (distorsioni, primissimi piani, messe a fuoco anomale, colori caldi). L’assenza di nitidezza imprime la prevalsa dell’ossessione sulla maniera, la cognizione di un’oppressione che è schiavitù ancor più profonda, a tutti gli effetti esiziale.

D’altro canto la forma non fa che esaltare i corpi, i lineamenti, inscrivendoli all’interno di una precisa cornice architettonica. Colpisce l’attenzione con la quale gli stessi vengono assoggettati ad una staticità che ne controlla le sagome, convertendole in opere astratte che assumono al contempo il dinamismo fallace del futurismo e l’aggressività dell’iperrealismo. Viene così valorizzato il minimo movimento, allentati i tempi; l’attimo presente si dilata in un unico grido, insonorizzato e smorzato. Il suono, del resto, anticipa o segue l’atto, lo accompagna asincrono conferendogli vigore, quasi rispondesse ad una dimensione estranea a quella presente, sfuggendo alle dinamiche in atto.

La coppia Langan-Le Cain, già autrice di svariati cortometraggi, approda ad una sorta di traguardo, si mette alla prova attraverso un’opera che rispecchia pienamente gli standard primari (stilistici e sostanziali) dell’EFS, ne segue i quesiti proseguendo la ricerca già cominciata dal collega Rouzbeh Rashidi, ma dichiara, anche palesemente, la ricerca di una soluzione personale a tali questioni, sviluppando temi onerosi con grande audacia.

Inquietudine, abbandono spirituale solo dopo corporeo, vittime ed assieme strascichi di una solitudine viscerale. Così, la distanza fra i due coniugi mette in risalto quella che poi sarà l’emarginazione della figura femminile, chiusa in un’apatia cronica dai risvolti sempre più evidenti. Status che fa da perno all’intero scheletro strutturale dell’opera, la sua incidenza, difatti, è tale da condizionare e stravolgere andamento ritmico e risvolti pratici della vicenda, dall’improvvisa scomparsa di uno dei due protagonisti all’isolamento dell’altro: sguardi persi nel vuoto, silenzi prolungati, ogni azione si esaurisce nel vuoto perdendo di significato. È quel mal di vivere tanto professato dal Cinema d’autore agli albori degli anni sessanta, pur se rivisto e reinterpretato stilisticamente. Segno dell’attualità e della rilevanza di certe tematiche, ma anche e soprattutto dell’attualità e della rilevanza di un operato, quello del gruppo di neo-registi irlandesi, sempre più imponente, piacevolmente impressionante.

Voto: ★★★★/★★★★★

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