Still the Earth Moves

La tierra aún se mueve (2017) – Pablo Chavarría Gutiérrez / Messico

In stato di trance, a cavallo tra poli opposti: l’oscuro ed il sensibile. Un incubo che non si realizza mai ma che insiste terribilmente nell’anteporsi come cavità molesta di uno spazio putrefatto. L’immagine non ha mai carattere imperatorio o anche solo circostanziato, si cerca sempre di conferirgli uno stato allusivo, velato, che diventa immediatamente vigoroso quando posto in quell’aura di inquietudine invisibile eppure così manifesta.

Gutiérrez si confronta sempre con gli aspetti meno affrontati della materia, le vie più recondite del mezzo cinematografico, ed è perciò che i suoi lavori risultano facilmente riconducibili ad un sperimentazione formale in generale non estranea al panorama messicano, per quanto estremamente speculativa. L’autore  rifugge dalla logica narrativa, e questo è evidente in ognuna delle sue opere, ciò che rende tuttavia peculiare la sua ricerca estetica è il compimento definitivo di una dimensione allucinatoria totalmente immersa in un limbo pervasivo che non appare mai in quanto distorsione della natura ma, anzi, rappresenta la natura stessa. Il passaggio in uno status di inerzia in cui ogni sensazione è vittima di se stessa è irrimediabile ed irrimediabilmente piacevole. Crea così un contrasto che ha l’importanza di fondamento, giacché stabilisce una comunicazione che affonda le radici sul non (di)mostrabile emanando un’energia da una parte latente nell’immagine, dall’altra sensibile nella visione, appunto nell’esperienza sensoriale che essa comporta (linguaggio in questo senso rapportabile a quello adottato da Reygadas in ‘Post Tenebras Lux’, ma difficilmente ritrovabile in altri suoi contemporanei).

Ragionando per metafore, allusioni sinergiche tra di loro sconnesse, estratte da un qualsiasi piano logico, il film avanza andando piano piano a tessere una relazione di dipendenza reciproca tra le sequenze validata dalla percezione più che dal pensiero. Il ritmo in continuo crescendo, i contrasti semantici e di colore segnano in qualche modo un’atmosfera incalzante e angoscioso dove il buio fa da padrone e riveste ogni ripresa. Un quadro scenico disorientante e mai disorientato dove l’inquietudine assume le forme più svariate ed improvvise: da quelle di una donna irrequieta avvolta nell’ombra contro una vetrata sino a quelle di animali, emblema quanto mai funzionale a rappresentare qualcosa di imprevedibile. Il tormento frenetico delle onde nel mare, come di una persona  che grida nel vuoto, o di un insetto, un rettile, un felino. La sensazione di ansia mista a follia è presto restituita in un ritorno circolare di sequenze che frastorna, confonde e turba profondamente. Una meditazione non tanto sull’alterazione della coscienza quanto più all’interno di essa, come in uno stato di ipnosi dove si convive con la perdizione spirituale.

Voto: ★★★★/★★★★★

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