Places in Cities

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Plätze in Städten (1998) – Angela Schanelec / Germania 

Un film nell’ombra, il terzo lungometraggio diretto dall’autrice tedesca. Così potremmo definirlo, e questo non tanto perché evidentemente immerso in un’assenza di luce, quanto più per l’importanza che il buio assume nel contesto in cui viene ripreso. In tutti i lavori della Schanelec vi è il proposito lampante di rappresentare la solitudine, a discapito (per modo di dire) di una sceneggiatura che possa ritenersi consistente e in questo senso divenire rilevante propria per la propria approssimazione. A tal proposito “Places in cities” non fa eccezione, anzi, manifesta al meglio le intenzioni della regista, l’efficacia di tale processo e della sua struttura estremamente minimale. Parliamo infatti di un insieme stilistico non propriamente innovativo, certamente non incentrato sulla laboriosità della messa in scena, eppure la semplicità della quale si nutre schiude un’intensità emotiva quasi spiazzante per quanto onesta.

Alla Schanelec non interessa ricercare un’immedesimazione nei suoi personaggi (il campo medio ricopre la quasi totalità delle riprese, il primo piano è spesso assente), i suoi non sono nemmeno veri e propri personaggi, piuttosto corpi vuoi, forse perché svuotati, elementi pressoché muti della scena. Qui la protagonista, una ragazza in cerca di qualcosa (un amore, un’amicizia, un pretesto), vaga di città in città senza meta. Si rivela il conflitto con l’ambiente sociale che la circonda, non ha importanza il contesto (sia un bar o una discoteca), Mimmi pare incapace di esprimersi, di conseguenza di relazionarsi con il prossimo. Ecco che ritorna quell’amore astratto spesso ricorrente nel Cinema della contemplazione, qui sembra quasi che vi si ceda per inerzia, come un tentativo volto a riempire se stessi. L’amore non risulta mai in virtù di un bisogno affettivo bensì più di un ripiego, un occasione per interrare la solitudine.

Da questo approccio alla materia tutt’altro che spiritualistico deriva l’esigenza di una struttura portante estranea a qualsiasi coerenza e linearità. Le scelte formali sono tutte parte di una costruzione scenica che vuole accantonare il racconto in favore di un’estetica del buio e del silenzio quasi come a presentare la negazione, o meglio la mancanza, come attore principale di questo Cinema, perciò definibile, “dell’impossibilità”. Lo spazio diventa dunque fonte di indagine, la luce che intervalla saltuariamente le riprese cela l’implosione di un istinto viscerale represso: entrambi sono oggetto di manipolazione, rielaborati così da farsi specchio di un’anaffettività che è inibizione e frustrazione, mai ostentata, frutto della ricerca di sé.

Voto: ★★★★/★★★★★

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