Il profondo desiderio degli dei

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Kamigami no fukaki yokubo (1968) – Shôhei Imamura / Giappone

Permeato da un’aurea che ha molto di mistico e di visionario “Il profondo desiderio degli dei” è un lavoro del tutto a sé stante, con uno sguardo fortemente critico ed inquisitorio che è allo stesso tempo affascinato dalla Natura che lo circonda. Molti infatti sono i temi che Imamura affronta qui, nella sua opera più ambiziosa e riuscita, tentando di spogliare una certa società da quei tabù irrazionali e retrogradi mediante una rappresentazione speculare, e mai caricata, di una realtà che ha poco o nulla di concepibile; il tutto come sempre con un tocco estremamente raffinato ed elegante che questa volta risulta essere particolarmente incisivo.

In un’isola nel Sud del Giappone veniamo a contatto con una civiltà ancora aggrappata a culti arcaici e mentalità pressoché primitive. Dopo il crollo di un enorme masso nella falda acquifera dell’isola, la sopravvivenza diviene ardua ma il villaggio incolpa dell’accaduto una famiglia dedita all’incesto. Questa famiglia, i Futori, viene così accusata di aver provocato l’astio degli dei a causa della propria immoralità, portando dunque questi ad una punizione sull’intero villaggio; la vendetta degli abitanti nei confronti dei Futori non si farà attendere, e lascerà il segno per la propria ferocia e disumanità.

Due anni dopo “Introduzione all’antropologia” Imamura continua la sua indagine sulla natura umana cercando di scavare quanto più possibile all’interno di questa. Qui, l’oggetto dell’analisi è un nucleo sociale fortemente arretrato che tende a mistificare la Natura senza accorgersi di starla contraffacendo, riconducendosi così ad un’inevitabile rintracciamento del divino in ogni dove; una civiltà dunque schiava, per sua stessa volontà, di un richiamo al sovrannaturale, ad un’entità trascendente vista come unica possibilità per essere controllati da facoltà superiori a quelle umane, che possano, allo stesso modo, emettere una determinata morale religiosa per stabilire definitivamente i comportamenti dell’intero complesso sociale. Da qui si capisce come i Futori fungano, in effetti, nient’altro che da semplici capri espiatori, da mezzo sfruttabile per farvi ricadere le proprie colpe. Vediamo quindi il villaggio come espressione di un puritanesimo religioso folle e devastante, ma altresì come espressione di una società che non riesce a slegarsi dalle proprie concezione ancestrali, impedendosi così di progredire e di allargare mentalmente i propri orizzonti.

E per concretizzare quest’analisi l’autore sviscera tale attualità collocandola in una dimensione perfettamente intatta, immune da qualsiasi gioco di finzione, riuscendo perciò a dare l’idea di qualcosa di effettivo pur nell’esasperazione di certi modi di fare, come possono essere quelli praticati nel villaggio. È possibile, difatti, rivedere in questa rappresentazione una prospettiva di fondo pesantemente critica più che beffatrice di uno stato sociale, una veduta delle cose fattuale ed incontestabile dalla quale se ne evince una terribile mancanza di umanità e di ragione. Se in un primo momento gli abitanti saranno portati a far esplodere la loro collera sui Futori, ben presto si capirà questa collera provenire da un fattore che non riguarda la punizione divina, bensì delle macchie di turpitudine presenti negli abitanti stessi: una volta liberatasi la falda acquifera dal macigno roccioso non vi è più alcun pretesto per poter affibbiare sui Futori la colpa, non sussiste più alcun legame tra uomo e Natura e quest’ultima a sua volta si dimostra esente dal potere degli dei e forza completamente a sé stante. Il profondo desiderio degli dei dunque non è nient’altro che quello degli abitanti, ossia la volontà di far coincidere autonomia morale e credo religioso qualora non ne sussista la possibilità concreta.

Imamura scrive, sceneggia e dirige il film dimostrando eccelse doti sotto tutti gli aspetti, da quello più relativo alla forma, come può essere la gestione dell’aspetto narrativo-strutturale, a quello più contenutistico. Il film infatti, manifesta una particolare attenzione per l’estetica, e ciò si percepisce da come viene gestita ottimamente la pellicola a livello visivo. Nelle sequenze che hanno più a che fare con lo spirituale, è come se si fosse di fronte ad un trittico variopinto, tanto significativo, quanto profondamente suggestivo. L’opera si può riassumere come uno studio sociologico ed umano sostanziale, ma soprattutto notevole poiché riesce eccezionalmente a non possedere nulla di documentaristico ed allo stesso tempo s’impone, fin dal principio, un forte rigore stilistico continuamente assecondato da una narratività molto significativa, seppur, in parte, troppo monocorde.

Voto: ★★★/★★★★★

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