I disperati di Sandor

The Round-up

Szegénylegények (1966) – Miklós Jancsó / Ungheria

Quello di Jancso, perlomeno nei confronti della trilogia iniziata con “L’armata a cavallo”, proseguita col suddetto e terminata con “Silenzio e grido”, è un atteggiamento che potremmo definire come di fondamentale, attonita rimostranza, un lamento carico d’odio che attraverso i decenni ripercorre le vicende del proprio paese, l’Ungheria, dall’Ottocento in poi. Vicende che, per quanto gocce d’acqua in un oceano di vergognose, innominabili tragedie, portano alla luce l’ignominiosa vessazione del popolo ungherese da parte, prima dell’Austria e in seguito dalla Russia. Lungi però dallo stravolgere la propria ottica adattandola allo schermo, egli compie il processo inverso adattando l’opera alla realtà dei fatti, spogliandola di ogni spettacolarità, appiattendola in favore di un ritmo che, nella propria pacatezza, non risulta per questo meno affranto o appunto disperato.

1860. L’esercito austriaco raduna un gruppo di dissidenti insurrezionisti in un campo di prigionia con il preciso scopo di scovare tra loro il leader Sandor Rosza. Paga spie, corrompe, tortura e raggira prigionieri ma, dopo l’insuccesso di ogni tentativo, si risolverà ad una decisione ben più tragica del previsto.

Per Jancso la Storia è fondamentale, un nodo cruciale da risolvere, interpretare ed infine raccontare tramite le sue opere, tanto forse da spingerlo oltre il semplice tributo alla memoria. Ciò non toglie che le sue opere, specie la trilogia di cui quella in causa si considera parte, sappiano esporre, oltre a veri e propri fatti, un’analisi antropica ed un giudizio sull’uomo in quanto specie vivente quasi biblici: ritratti umani ridotti all’essenziale, dotati di quella specificità messa in risalto e ribadita così intelligentemente da risultare quasi beckettiani. E, del resto, nè lo scenario nè lo svolgimento o tanto meno i dialoghi possono considerarsi particolarmente rilevanti o ricamati quanto piuttosto volutamente privati di incisività e spessore all’interno della pellicola.

Sembra inoltre che l’oppressione divenga il burattinaio, il motivo chiave dietro il quale adattare l’intero seguito narrativo, utile il parallelismo con l’affine “Il buco” di Becker, con la differenza sostanziale però che in quest’ultimo essa viene richiamata con ogni mezzo possibile e pratico (sempre interni, sempre claustrofobici, primi e primissimi piani, tensione improvvisa e ascendente a seconda dei momenti ecc.), mentre nel sopraccitato si rivela prevalentemente per mezzo di sguardi, di sottintesi contestualizza(n)ti, di silenzi opprimenti che pervadono l’attimo, minimi richiami di più raffinata natura. Silenzi che si risolvono nella natura fondamentalmente ermetica, velatamente confusionaria (ma solo in apparenza) e infine quasi grottesca della pellicola. Una trama che si muove pari passo con lo stile dell’autore in un raffinato esperimento stilistico, vetta ineguagliata all’interno della filmografia dell’autore. Un film impegnato forte di un’ottica e di un’interpretazione registica quantomeno singolari e avvincenti.

Voto: ★★★/★★★★★

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