Il buco

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Le trou (1960) – Jacques Becker / Francia

L’ultimo film del regista francese si presenta come un grande sunto sull’esistenza, una ricapitolazione generale sull’essenza vera dell’uomo. Dopo lavori poco impegnativi Becker imbastisce una parabola umana sulla fedeltà e sulla forza dei sentimenti, con un tocco personale ma mai cinico, pessimista ma mai rinunciatario.

La narrazione riguarda un ragazzo che, finito in prigione per un fraintendimento con la moglie, capita in una cella occupata da quattro amici in atto di pianificare la loro fuga. Pur sentendosi a suo modo vicino ai nuovi compagni il tradimento non mancherà di arrivare.

Dopo varie opere di successo tra le quali il simile “Grisbi'” e “Casco d’oro” Becker chiude il suo discorso sull’amicizia e sulla solidarietà con un dramma che racconta tutto questo in chiave riflessiva e struggente, risultando come un’efficiente parabola morale. L’intera pellicola infatti è volta a sottolineare il divarico umano esistente, che risulta sempre di più andando avanti, tra il protagonista e i quattro suoi compagni. Se infatti apparentemente possono apparire tutti e cinque uguali, il finale non è del tutto inaspettato:durante l’intero film non si nota mai una piena amalgamazione del giovane con gli altri, mente col passare del tempo l’attenzione si sposta sempre più sui quattro, definendoli come personaggi a tutto tondo e permettendo allo spettatore di scartare un possibile tradimento da parte loro. I forti sentimenti che animano il quartetto si notano da subito ,in particolare da due o tre fattori:il comportamento di uno di loro, Monsignore, risulta da subito amichevole e predisposto, portandolo a raccontare poco tempo dopo del loro piano di fuga; l’amicizia che si viene a creare tra Manu, un altro dei compagni,e il protagonista, Gaspard, che quest’ultimo sfrutterà per farsi credere e intrappolare tutti quanti dopo il sospettoso colloquio tenuto col direttore del carcere. Questo infatti, l’amicizia che da subito si crea tra il direttore e Gaspard, è un altro indizio che tende a insinuare la pulce del sospetto nell’orecchio dello spettatore.

Gaspard dunque, al contrario, incarna pienamente ogni cattivo sentimento umano e più in generale la malvagità. Senza scrupoli, senza umanità, pronto a tradire chi più lo ha sorretto ed aiutato, dimentico di ogni buon precetto, il tenutario della perdita di ideali alla quale tanto spazio l’autore diede nei suoi film, e questo in particolare. In un certo senso però anche rappresentante dell’individuo tipo in quanto combattuto interiormente, subdolo ma sempre in bilico, insicuro ma debole, vinto facilmente dalle scelte più facili e meno rischiose.

Tecnicamente si nota un’attenzione particolareggiata per i dettagli, una cinepresa dedita ai rituali carcerari, che punta tutto sull’immedesimazione dello spettatore coi quattro detenuti: vengono quindi riprese quasi tutto il film scene di preparazione della fuga come la creazione della via di fuga, lo scavo del tunnel, e vari espedienti di preparazione. E’ quindi una regia che, scevra da grandi intenti, si vede concentrata sui risvolti emotivi dei protagonisti, che sono poi i veri attori della pellicola. Da citare infine la sequenza finale della triste trappola, dove si nota uno dei quattro che, controllando dal foro nella porta della cella la presenza o meno di sorveglianti, si ritrova davanti in un attimo l’intero carcere parato dinnanzi, e la cattura dei quattro che scorgono Gaspard andarsene via e gli rivolgono la celebre frase “povero Gaspard!”.

Un film ben congegnato, un’ottima visione; un dramma sui sentimenti umani perduti ma anche un brillante autoritratto di un’umanità debole, insulsa e schiva di se stessa. Un film potente, semplice e di poche aspirazioni ma sicuramente riuscitissimo nel suo genere.

Voto: ★★★/★★★★★

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