Lontano, ancora

Lontano, ancora (1985) – Roberto Nanni / Italia

In casi come questo, tentare l’approccio analitico è decisamente scelta infruttuosa oltre che avvilente; trattasi, appunto, di materia artistica che vuole farsi rivelare nel mentre stesso del suo spiegamento, materia che quindi necessita di un contatto mediante la visione senza prestabilire linee guida o punti d’incontro. Più che scientifico, come viene spesso definito, quello di Nanni è un linguaggio che opera sulle forme e sui movimenti, ed attraverso gli stessi si estranea da consuetudini, anche proprie dello stesso contesto sperimentale, prediligendo un orientamento all’oggetto filmico che guarda alle origini dello stesso, al suo virtuale. Per via di questa forma di rappresentazione estremamente induttiva, il reale non può in alcun modo sussistere al di fuori della percezione soggettiva, il che crea una sfera di influenze strettamente intima ed irriproducibile. Si ha come l’impressione di un ambiente caldo e fervido, dove i colori esprimono caos nel loro moto anarchico che si ostina ad esserci. L’assenza di colore si interrompe quasi sempre da un rosso che cattura l’occhio, lo ipnotizza. I rimandi all’opera brakhagiana più teorica e metacinematografica sono piuttosto limpidi, in più vi si sommano degli elementi che palesano l’opera nel suo carattere talmente forte da apparire quasi essa stessa amorfa, e in un certo senso è così. Si trattiene la distanza di un’entità che sfugge e che continuerà a sfuggire, la temporalità di un eco senza principio né fine.

 

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