Figlio unico

Hitori masuko (1936) – Yasujiro Ozu / Giappone

Con l’incredibile leggiadria di una farfalla il maestro giapponese Ozu libra all’interno del più semplice dei drammi sociali sviscerandone, attraverso la sua poetica della semplicità e della spontaneità, un film geniale, primo approdo al sonoro e senza dubbio uno dei migliori risultati da lui ottenuti. Con lo sguardo di un bambino, con la purezza di un infante, egli ci mostra un mondo quasi stilizzato, un teatrino popolato però di anime vive, segnate dai dolori e dalle delusioni di un intero genere umano e sconvolte dalla vita, dall’asprezza dei drammi quotidiani. Ecco dunque che, con l’accenno di un sorriso, col sentore di un rimpianto, con l’amarezza per una sconfitta, ‘Figlio unico’ ci insegna a vivere, ci sprona a continuare nonostante le avversità, con onestà, generosità e fiducia.

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Otsune, giovane madre rimasta sola col figlioletto e con l’unico mezzo di sostentamento di un misero impiego in una fabbrica tessile, si trova a dover far fronte al futuro del ragazzo, vendendo casa, terreno e sacrificando ogni risparmio per garantire a quest’ultimo gli studi. Quando, dodici anni dopo, Otsune farà visita a Ryosuke, povero insegnante con moglie e figli a carico costretto a vivere di prestiti, l’istintiva amarezza per la sconfitta del figlio lascerà posto alla gioia per la fiera bontà di cuore dello stesso, solidale e dignitoso persino nella miseria. Adesso la donna può veramente ritirarsi in pace.

Si può parlare a ragione di esperimento riuscito. Fin dai primissimi istanti infatti veniamo resi partecipi di una realtà palpabile, calati in un’atmosfera calda, guidati da una sceneggiatura in questo caso tanto ponderata nei suoi vaghi, dilaganti silenzi quanto altrettanto minuziosa e scientifica nei suoi pochi, scelti dialoghi, rarefatti all’interno dell’opera, proprio per questo ancora più incisivi. Dialoghi che, come il resto della gestione guidata dall’autore, delineano chiaramente la volontà di costruire, ancora prima di un film, un incontro ideologico e sociale tra due figure, madre e figlio, che dimentichi volutamente ogni altra sorta di dispersione sceneggiativa per focalizzarsi su sentimenti e impressioni suscitate da tale rapporto. Si può dunque affermare che sia proprio questa la tanto declamata ed apprezzata magia del cinema di Ozu, ovvero quella di  codificare ogni stato d’animo tramite la purezza e la spontaneità dello stesso, facendolo scaturire da un contesto di vita quotidiana, quantomai reale e commovente; qui più che in ogni altra sede, l’autore coglie l’essenza del suo progetto con intelligenza e semplicità.

Il dramma sul quale è incentrata l’opera infatti non potrebbe essere più elementare o basilare: si potrebbe riassumere come lo sguardo carico di apprensione e di speranza di un genitore verso il proprio figlio e il suo avvenire. Niente di più essenziale. Ecco che però Ozu va a scavare nelle piccole, invisibili pieghe del soggetto, estrapolando ogni sorta di tematica, affondando il dito nella più svariata gamma di piaghe individuali: i timori reconditi per un impiego indegno, le vergogne malcelate per un’agiatezza inarrivabile, la preoccupazione di fronte alla resa dei conti, al dover confrontare i risultati di una vita con le possibilità avute. Tutto ciò come già accennato, viene reso da parole, a volte da soli sguardi o da atteggiamenti segreti, da una camera come di consueto fissa ma in questo caso eloquente, che sottolinea con la propria staticità la grande carica emotiva in gioco dall’inizio alla fine dell’opera. Dunque come riassumere meglio un simile film che pur nei suoi innegabili pregi trova i limiti di un autore non sempre altrettanto eloquente, se non nelle due immagini che aprono e chiudono l’opera: ora una giovane madre presa dal proprio lavoro, ora un’anziana madre seduta sull’uscio di casa, pensierosa ma a suo modo soddisfatta.

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Voto: ★★★/★★★★★

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