Benilde o la Vergine Madre

Benilde ou a Virgem Mãe (1975) – Manoel de Oliveira / Portogallo

Manoel de Oliveira, tra i più grandi, indiscussi maestri del Cinema, effige senza tempo da poco spentasi di un’attitudine al vero estremamente umanista, legata al culto ancestrale della realtà più effimera, creatore di opere che, forti di una disillusione generalizzante, riescono con estrema intelligenza ad infondere al contempo malinconia e rimpianto per un ritorno alla semplicità perduto sia a livello cinematografico che umano. Ecco dunque che opere come questa sua ‘Benilde o la Vergine Madre’ raccontano, con la purezza e la semplicità della struttura e con l’intensa riflessione intrinseca propria dell’autore, la grandezza di un’intera linea stilistica portata avanti per più di settant’anni.

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Con una messa in scena tipica e ormai caratteristica del maestro, il film in causa racconta la storia di una giovane ragazza, infervorata dalla propria, maniacale ossessione religiosa e combattuta dall’attaccamento al cugino Eduardo. Quando però questa si scoprirà essere in cinta senza apparente motivazione, la sua convinzione di essere stata toccata dallo Spirito Santo e di far parte di un progetto divino la porteranno all’isterismo totale, ciò anche in seguito alla confessione da parte dello stesso cugino di averla violentata durante uno dei suoi frequenti momenti di sonnambulismo.

C’è senza dubbio un filo invisibile che ricollega i lavori dell’autore portoghese alla realtà del quotidiano. Filo che, in tutta la sua finezza e il suo nostalgico, tacito riesumare verità dal semplice ricordo, racconta più di ogni altra forma di comunicazione immaginabile tra regista e spettatore. Tale meccanismo inoltre affonda le proprie radici nella presa di coscienza di noi stessi in quanto esseri umani, in qualità di individui schiavi del proprio passato e della propria, irrevocabile esistenza. Il concetto di esistenza infatti finisce spesso per caratterizzare le opere di de Oliveira, come in ‘The Old Man of Belem’, uno dei suoi ultimi lavori; altrettanto frequentemente tuttavia tale idea viene “adattata” ad uno svariato numero di contesti, quasi sempre temporalmente ampiamente trascorsi, quasi sempre utili solo nel dimostrare la validità di un certo tipo di realtà in ogni epoca passata. Ecco perciò che l’elemento fondamentale nel Cinema dell’autore in causa si dimostra essere il nesso, la spaventosa correlazione che passato e presente hanno tra di loro. In questo senso ‘Benilde o la Vergine Madre’ va interpretato: nella perpetua, costante ripetizione della vita in tutti i suoi cliché e problemi sociali. L’esistenza stessa, per quanto semplificata e delineata solo in poche delle sue realtà, risulta essere il teatro più raccapricciante di una rivolta ben più importante, di problematiche preesistenti e insolvibili.

Il nucleo familiare in questo caso viene preso da parte e, tramite la lente d’ingrandimento della religiosità, fatto letteralmente a pezzi. Da una parte uno stupro fantasma, non accettato come tale e rifiutato in favore di una cristianità cieca e ostinata; dall’altra la perentoria ricerca di mantenere rispettabilità, decenza e soprattutto le apparenze. Tutto ciò però, tutto questo ricettacolo di falsità, non ci mostra dove guardare, non ci illustra una morale, al contrario invece denuncia l’inesistenza e la non sussistenza della stessa portando come tesi la sola natura umana, in contrasto ontologico con ogni fattore restrittivo o logico. Un Cinema dunque de-strutturalizzante, un rievocare il passato che sa più di pretesto che di fine. E in questa satira celata, al termine di questa mascherata di finti valori e di nobili pretese, non resta che il nulla: le ceneri di un presente in rotta, di una fede che non regala certezze né tanto meno rassicurazioni e di un’agiatezza borghese e conformista che risulta più falsa del più impuro degli atti. Al di là di ogni personale considerazione, Manoel de Oliveira può e deve essere considerato come uno dei più importanti cantori dell’umanità e del suo spirito otto e novecentesco.

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Voto: ★★★/★★★★★

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