Io e il vento

Ivens

Une histoire de vent (1988) – Joris Ivens / Francia

Quella che a prima vista può sembrare una banale, fors’anche puerile convinzione, o ancor meglio missione, e cioè il voler catturare il vento (ossessione del regista confermata tra l’altro da alcuni suoi precedenti lavori, dunque quasi lo scopo di una vita) cela al suo interno plurimi e nient’affatto banali significati. Tra i principali e degni di nota la volontà di scrutare nell’imperscrutabile, afferrare un qualcosa di inafferrabile, dare un volto ad un elemento naturale che incarna la vita e il suo scorrere, la sua onnipresenza. Il suo soffio appunto è ciò che tormenta maggiormente il regista, che si spinge fino al cuore della Cina con l’intento preciso di sconfiggere l’asma che lo affligge e lo tortura. Con al seguito una troupe di svariati collaboratori e oramai novantenne, Ivens si interroga ed interroga santoni, artigiani, maestri di discipline orientali e dotti studiosi per provare a carpire i misteri del vento, la sua nascita e raffigurazione fin dai primordi dell’umanità nella cultura d’Oriente ma anche quanto crede essere ad esso estremamente affine, come la pratica della respirazione. Trasportato da quest’insaziabile sete di sapere, il cineasta francese d’avanguardia mette in scena un sontuoso e raffinato spettacolo in bilico tra la rappresentazione teatrale ed il rituale sciamanico fino, con l’aiuto di una strega, a riuscire nel suo intento, ovvero presenziare ad una forte, turbinante tempesta di sabbia che, nel bel mezzo di un deserto, lascerà intravedere all’autore tutte le straordinarie capacità intrinseche all’oggetto della sua ricerca, un fenomeno apparentemente ordinario che dissigilla agli occhi avidi di sapere di JI infinite rivelazioni.

Ma non meno complesso e rivoluzionario è lo stile col quale è strutturata l’opera. Varie sequenza imprevedibilmente oniriche mostrano quadretti in costume tratti da antiche leggende cinesi sull’origine del sole e sulle divinità ad esso affini. Stravaganti figuri si aggirano sul set, invadono continuamente la scena in preda a deliranti balletti e sbeffeggianti smorfie. Tutto ciò stupisce in quanto poco attinente alla linea artistica precedentemente palesata dall’autore, in particolare se pensiamo al realismo estremo di opere come “Borinage”, “The Seine meets Paris” o “Valparaiso” o alle spinte sperimentazioni de “Il ponte” e “Pioggia”. JI riflette infatti sul Cinema come strumento di analisi del presente ma non solo, sul suo stesso essere strumento oltre a cosa analizzare e per quale motivo: insomma, pone fin da subito alla base della propria carriera interrogativi non privi di spessore filosofico che lo tormenteranno per una vita intera. Sensazionale è però sopra ogni cosa la predilezione dimostrata per un registro fortemente poetico, che sappia trattare ogni soggetto prescelto con una devozione ed un attaccamento quasi sensuali (non trascurabili a questo senso le influenze subite dall’allora contemporanea Nouvelle Vague e in particolare dai primi passi artistici di autori come Rohmer e Godard). Qui tutto ciò viene per l’ultima volta riconfermato in un tripudio di inventiva artistica che si accosta in maniera squisitamente geniale ad intenti decisamente filosofici: un testamento sublime, indubbiamente unico.

Ciò che come già accennato non stupisce è invece l’interesse nutrito per il vento, una forza della natura incodificabile, incatturabile, sulla quale poter riflettere cogliendone unicamente gli effetti sull’ambiente e su tutto ciò ad esso collegato (oggetti, persone ecc.). Esso rappresenta un motore naturale dalle facoltà e dalla caratteristiche tutt’altro che irrilevanti, nasconde massime metafisiche; permette tra le altre cose, mediante il suo più completo e scrupoloso assoggettamento (e cioè uno studio ed una pratica da esso ricavate), il raggiungimento di una condizione fisica e psichica non altrimenti dimostrabile (le formidabili capacità atletiche mostrate ad inizio film da un anziano maestro sono illuminanti a questo senso), ciò che in fin dei conti spinge Ivens stesso a cercare in esso un rimedio alla propria inguaribile asma. Straordinario, eppur vero. “Io e il vento” è dunque molto più di quanto appare, un viaggio ai confini del fantastico suggellato da sequenze stilisticamente pregevoli (il tributo al “Viaggio nella luna” di Méliés è solo una delle tante) e da panoramiche visivamente estasianti, un documento cinematografico necessario.

Voto: ★★★★/★★★★★

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