La società dello spettacolo

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La société du spectacle (1974) – Guy Debord / Francia

Attraverso lo spettacolo nella percezione della realtà subentra un meccanismo atto a filtrare e distorcerne gli aspetti più comuni, al reale si sovrappone un complesso di principi volti a snaturare l’ambiente, lo stato sociale. Ma cos’è lo spettacolo? Lo spettacolo è ciò che massifica, atrofizza l’individuo. Lo spettacolo è ciò che mercifica l’uomo, che lo concepisce come prodotto, dunque quel fenomeno teso ad oggettualizzarlo. È la morte del singolo, l’annichilimento psicologico, è la sopraffazione dell’immagine sulla persona.

Alla luce degli eventi che hanno segnato l’epoca vissuta in prima persona dal filosofo parigino, sorge in egli stesso il bisogno di attualizzare concetti che non rappresentano propriamente una novità ma che si possono considerare una modernizzazione degli assiomi teorici marxiani. Come espresso da entrambi, infatti, il sistema lavora sull’immagine in modo tale da adulterare gli interessi della massa sulla base di quelli capitalisti. Così facendo, il potere della stessa diventa parte di un processo, la realtà medesima unica conoscibile: ciò che veniva previamente espresso da GD come un aut aut (spettacolo diffuso, pubblicità quindi e propaganda) ora è un unico grande fenomeno, ovvero la società moderna.

Cinematograficamente parlando, significativa appare l’immissione di frammenti sparsi provenienti da pellicole della vecchia Hollywood (“Johnny Guitar”, “Rapporto confidenziale”, “Rio Bravo”…) ad interporsi tra le immagini dello spettacolo. L’intento è infatti quello di manifestare un’estetica che sovverta le convenzioni narrative decontestualizzando le immagini – in questo caso aventi carattere politicizzante -, strumentalizzate per esibire un ennesimo riscontro di violenza mediatica. Si configura così un processo di smitizzazione e demistificazione del prodotto offerto dalla cosiddetta società dello spettacolo, al quale si sostituisce una critica perentoria indirizzata verso la contraffazione espressiva e il suo impastarsi con la visione capitalista dell’insieme sociale. Tutte critiche aspramente concentrate sul medesimo oggetto, tutte quante frutto di un disappunto che si risolve in un linguaggio fortemente anarchico che, a sua volta, rifiuta ogni linearità in favore di una nuova prospettiva, una sorta di brain storming visivo dove il materiale proposto si capisca essere il mandante del nuovo agglomerato moderno.

L’immagine presentata da Debord però, oltre al suo evidente, costante ricollegarsi a quanto posto in essere con l’omonimo saggio, crea una sorta di discorso etico che punta a perorare la causa di una nuova morale (evidenti richiami situazionisti e, dunque, seppur flebili, intuibilmente anarchici) mettendo in luce gli aspetti principali della società sua contemporanea. In particolare possiamo supporre che egli pensi all’opera come ad un televisore, ne costituisce l’ossatura sulla base dei vari nuclei tematici portanti della cultura di massa strutturandone al contempo un discorso personale coerente e continuo, dove l’immagine non risulti più il soggetto “attivo” per così dire, quanto bensì l’oggetto “passivo” in fase di analisi, il suo correlativo o per meglio dire opposto. Così facendo si ottiene una struttura al contempo cadenzata, fissa ma anche sciolta nel proprio sviluppo, di conseguenza un’immagine che non rischia più di essere essa stessa verità in quanto rimpiazzo di un’altra verità che è poi l’unica, reale, ma paradossalmente una vera e propria critica al concetto della stessa per come comunemente intesa, soggetta a pressioni superiori, malleabile, illusione, puro e semplice spettacolo.

Voto: ★★★★/★★★★★

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