Pink Flamingos

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Pink Flamingos (1972) – John Waters / USA

“Uccidere tutti ora. Condonare gli omicidi di primo grado. Sostenere la causa del cannibalismo, mangiare merda. Il disgusto è la mia politica. Il disgusto è la mia vita”, queste le parole della protagonista prima del “processo” finale. Il profondo sdegno nutrito dall’autore per i canoni della società sua contemporanea si riflette in questo caso con irriverente se non addirittura rivoltante, inaccettabile, ripugnante cattivo gusto nelle sue opere, prima su tutte la suddetta. Icona del Cinema Trash per eccellenza Divine però, oltre a rappresentare l’indignazione di Waters per l’ambiente sociale ne raffigura soprattutto l’estremismo e l’innovatività stilistica.

Quella in gioco è appunto, a conti fatti, la peculiare, calcolata intelligenza con la quale l’elemento trash viene inserito e fomentato all’interno della pellicola. Oltre a risultare come una giostra di stomachevoli vicissitudini infatti l’opera mette in ballo fin dai primi minuti precisi ideali comportamentali, paletti o delimitazioni che dir si voglia alle quali attenersi. Divine infatti, assieme ai propri compagni/ famiglia e ai suoi due rivali, viene spinta verso una rivalità per il titolo di “persona più disgustosa che esista” che instaura già di per sé un concetto di disgustoso che, per quanto tale, si auto-delimita ad una concezione dello stesso strettamente legata al contesto socio-politico che la determina. Tutto ciò a cui assistiamo, per quanto in gran parte vero (testimone la celebre scena dove la Drag Queen raccoglie da terra ed ingerisce gli escrementi di un barboncino), racconta con sufficiente incisività di quanto lo porta ad esservi, dell’America degli anni settanta dunque.

La frase proposta in incipit si può dire riassuma in maniera esaustiva gli elementi principali del Cinema di Waters: sesso, violenza ma soprattutto disgusto. Anche se in seguito, sicuro di non poter più replicare il successo del film in causa, il regista svilupperà con approccio ben differente le tematiche a lui care (“A morte Hollywood” è l’effige di tale svolta seppur all’interno della filmografia di JW comporti un  notevole passo indietro), qui e nelle opere precedenti l’impronta stilistica appare come chiaramente destinata ad ottenere un effetto nauseante, ribrezzo verso uno stile di vita che si pone però come alternativa, come ribellione verso i veri valori, ed è ciò che merita maggior menzione.

Mantenere un profilo basso, un low budget, consente però in questo caso varie conclusioni, prima su tutte quella di mantenere una coerenza, quella tra oggetto della narrazione e mezzo, di importanza tutt’altro che scarsa. Cinema d’exploitation dunque, Cinema che, come quello di Meyer (Tura Satana uno dei suoi simboli in “Faster, Pussycat! KIll! Kill!”) e persino Miike, converge nel dissacrare e a sua volta reinventare l’idea di orrido, insopportabile: un genere storicamente nato dalle ceneri dei più fortunati classici del momento, invecchiato male, qui al suo massimo splendore .

Voto: ★★★/★★★★★

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