Come on Children

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Come on Children (1973) – Allan King / Canada

Nel pieno di una carriera artistica concentrata fino ad allora sulle realtà più appartate della società (il vagabondaggio, i bambini mentalmente disturbati, la crisi matrimoniale…), Allan King dirige questo esperimento di carattere prettamente sociologico, un’indagine sull’adolescenza vista con gli occhi degli stessi oggetti di ripresa. Dieci ragazzi sono stati selezionati per vivere dieci settimane in una fattoria, lontano da parenti, amici, scuole, istituzioni: completamente “fuori dal mondo”. L’autore, assieme al supporto di due cameraman, ha il compito di riprendere la vita degli individui all’interno dell’abitato.

Come già accaduto per “Warrendale”, anche qui il film viene girato su commissione televisiva, ciononostante non vi si può riscontrare nulla di mediatico, fittizio o distorsivo, tutt’altro. Allan King è uno dei più celebri esponenti del direct cinema, il suo stile, difatti, risulta sempre assecondante, volutamente invisibile, volto a lasciar trasparire la realtà quanto più puramente possibile. Nessuna enfasi, nessuna ricerca dell’atto. Un voyerismo che non distorce la realtà, semmai si compiace nell’essere a servizio totale e disinteressato della stessa, tendendo a consacralizzarla in un gesto che è soprattutto una riflessione legata al suo oggetto. Un documentarismo alquanto singolare, dunque, quello in questione, da un lato perché estremamente impulsivo e votato a cogliere l’autenticità del momento, dall’altro perché nell’imposizione inflessibile di tale legame ne deriva un vincolo a doppio filo che potrebbe far trasparire l’opera meno autoriale.

Distante dal cinéma vérité europeo – di Marker e Watkins, per esempioil lavoro di King predilige il contesto scomodo per studiarlo ed esaminarlo, sempre molto accorto a non apportarvi alcun artificio, un’operazione che lo rende più vicino al Cinema contestatorio degli inglesi (Ken Loach e Mike Leigh, per fare due nomi), tanto è vero che, a conti fatti, il discorso risultante è sempre ribellistico ed anti-borghese; in questo senso “Come on Children” non fa eccezione, anzi, rientra perfettamente in tale definizione. Un’altra analisi dell’individuo focalizzata sul suo rapporto con la società all’interno (ed esterno) della stessa. Tuttavia, più che interrogarsi su cosa può accadere ad un gruppo di adolescenti lasciati vivere in autonomia, il film si pone come obiettivo di entrare nell’ottica dei giovani, scoprirne le ansie, le inquietudini, le preoccupazioni, le aspettative per il futuro, dunque capire quei ragazzi, considerare la loro concezione della vita, stando sempre dalla loro parte, lontani pertanto da ogni forma di moralismo.

Storicamente al tramonto della cultura hippy eppure ancora così interno a quella logica ribelle, avversa a qualsiasi modello sociale e disegno di vita preimposto. L’anarchia della parola, del comportamento, un’organizzazione di vita libera e sciolta dal legame con istituzioni, schemi e schematismi. L’opera riprende tutto ciò e nel farlo non si perita ad includere i momenti sconvenienti, dai litigi fino alla scoperta dei fallimenti: i disagi di una generazione giovanile, tutt’ora fortemente attuali. King lavora sempre con una notevole autonomia di ripresa (come già dimostrato ampiamente in “A married couple”, ma ancor più in Warrendale, fortemente osteggiato dalla censura), qui si nota forse in maniera meno evidente, eppure l’armonia cristallina nell’atmosfera, quasi come venisse esaltata la libertà di potersi esprimere, essere se stessi in una realtà sociale che non lo permette, rende forte il senso di anarchia presente, ciò che si rivela poi il vero valore aggiunto dell’opera.

Voto: ★★★/★★★★★

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