The Last Land

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La última tierra (2016) – Pablo Lamar / Paraguay

Si parla fondamentalmente di un rituale, una cerimonia funebre. Nel folto di una boscaglia, una coppia di anziani brutalmente separata, i volti assorti, sofferenti. Non viene sostenuto un discorso anzi, non vi è comunicazione verbale o di altra sorta, solo un uomo, una vita ed il suo soccombere, gli ultimi attimi di un’esistenza. Questo “The Last Land” sembra voler utilizzare il linguaggio del subliminale per parlare della mancanza, di quel momento in cui solitudine, senilità, amarezza, paura della morte, divengono un tutt’uno. Ma ancora non si notano informazioni di alcun tipo, dettagli spazio-temporali e neppure fatti, lo spegnersi di un’anima viene inquadrato nel modo in cui osserviamo palpebre scivolare gradualmente nel sonno eterno, bianche lenzuola coprire un corpo e in seguito lo svolgersi sempre più deciso e doloroso del rito di preparazione, sepoltura e celebrazione. Un amore antico, incomprensibilmente svanito più che romantico, un’esistenza ragione stessa di esistenza, oltre la quale non rimane che abbattere ciò che resta, arderne le fondamenta non per rabbia ma appunto per necessità, per conseguenza diretta.

E di fatto così è quest’opera, semplice se con questo si intende di immediata comprensione ma mai banale, in ultima analisi davvero complessa nel suo anteporre la morte alla vita, la fine all’inizio e non l’opposto. Complessa nell’impiego di uno stile registico radicale, che richiede attenzione e pazienza nel proporre sequenze statiche in lento susseguirsi forzando lo spettatore ad andare oltre le apparenze. Null’altro che un dolore sordo, acuto, un pianto straziante che viene dal profondo e scuote le viscere della terra minacciando il tempo presente, il suo muto incombere, convincendo grazie ad un linguaggio asciutto, sincero e mai tanto diretto. Si parlava di radicalità, di un minimalismo cioè che da semplici dettagli arrivasse all’università del contesto; e questo è sostanzialmente.

Terza parte di un ideale trilogia iniziata con “I hear your scream” e proseguita con “Night inside”, incentrata sull’elaborazione della morte, più che sulla morte stessa, il primo lungometraggio del regista paraguaiano sembra focalizzarsi proprio sull’intimo legame con ciò che, al contrario della morte, è puramente terreno, dunque non conseguenza di un processo ma essenza stessa della vita, oggetto di investigazione e non parte di un qualsivoglia svolgimento, come se si parlasse di un documentario, in sostanza.

Una pala che smuove la terra, un volto riflesso nelle fiamme ed uno nascosto dietro drappeggi impolverati, un ruscello e soprattutto le tenebre. L’analisi del presente parte anzitutto da ciò che è proprio della vista, ciò che cattura, ipnotizza o al contrario restringe le potenzialità dell’occhio (il cinema di Clipson ne è testimone), e l’utilizzo che Lamar fa dello scenario sembra proprio volerci parlare, come per quell’incredibile varco lucente che penetra dalle chiome degli alberi, sembra volerci accompagnare gradualmente attraverso le tappe che, dal momento del lutto, portano alla sua finale accettazione (da qui la luce che, nella prima parte dell’opera, almeno in alcuni momenti, pare imporsi logicamente per importanza sul resto). Pochi, brevi attimi per trasmettere un’idea ancor prima di una vicenda, davvero poche immagini: perché se è vero che la sostanza di un soggetto, il suo concetto base (la morte dunque), ammette un divenire, è vero anche che tale sostanza può essere definita e quindi concretizzata per ciò che è e non per ciò che implica, che le gravita intorno o altro ancora, dunque la morte stessa, l’assenza di vita in quest’ultima terra.

Voto: ★★★★/★★★★★

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