La sesta parte del mondo

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Sestaja cast’ mira (1926) – Dziga Vertov / URSS

Un viaggio che ha dell’epico, un affannoso, insostenibile pellegrinaggio per le terre di quella che è, come specifica il titolo, la sesta parte dell’intero pianeta, ovvero l’URSS. L’operato  assetato di realtà così come di ridefinizioni formali del cineasta sovietico Dziga Vertov (precursore se non addirittura vero e proprio inventore del Cinema documentaristico seppur con caratteri decisamente sperimentali) si dilunga qui in una delle sue più brillanti manifestazioni, nella messa in mostra e nella conseguente riflessione a trecentosessanta gradi di un intero paese tra rinascita politica, industrializzazione, appassimento sociale e gap economico-culturale in diverse realtà dello stesso. Sotto le mentite spoglie di film propagandistico di ejzenstejniana memoria, questo “La sesta parte del mondo” crea un linguaggio del tutto nuovo intrattenendosi con lo spettatore  in tono del tutto formale e spassionato, con la consapevolezza e la fierezza di aprire menti, ridisegnare opinioni e convergere infine nella più totale ed incondizionata presa di coscienza, dell’apparato sovietico e di chi lo abita.

È l’opera del popolo per il popolo, l’apogeo di una cultura in profondo ed incipiente cambiamento. Un inno alla memoria dai toni incalzanti ed inquisitori che non smette mai di far riflettere grazie ad un sagace domino di sovrapposizioni e parallelismi al contempo diretti ed eleganti. Vertov non ha mai fatto Cinema di seconda mano, ha sempre preso i compromessi come una dissacrazione e le sue opere sono la decisa celebrazione di quella Russia leninista che si proiettava sempre più ai vertici dello scenario mondiale. Se “L’uomo con la macchina da presa” rappresentava con un vigore quasi sovrumano la voglia di futuristica matrice di rompere coi tradizionali canoni stilistici, La sesta parte del mondo incarna perfettamente il grande interesse dell’autore verso quello che possiamo definire l’altro lato della medaglia, ovvero l’attualità, sviluppo economico, culturale e demografico e le reali proporzioni degli stessi.

Avanzando quasi per chiasmi, per contrapposizioni alternate volte a rafforzarsi l’una con l’altra senza mai sopraffarsi, vediamo le sequenze dell’opera scorrere con ritmo sempre più ossessivo, confermando lo sguardo dell’autore come superiore agli avvenimenti ed i suoi commenti tra scena e scena come ironico frapporsi dello stesso per sottolinearne l’orientamento ideologico. In questo modo si spiega l’iroso scambio che domina la prima parte del film ma si spiega altresì l’ipnotico, inarrestabile saltare tra i meandri delle industrie russe e le lontane distese innevate popolate da modesti gruppi autoctoni intenti alla sopravvivenza. Così facendo, l’autore pone uno sguardo critico ed estremamente lucido sul complesso produttivo introdotto in quel periodo dalla NEP leninista, incontrando allo stesso tempo le esigenze proprie dell’opera su commissione; ciò che emerge effettivamente, tuttavia, più che la maestosità di una potenza mondiale, è il profondo dislivello economico che separa drasticamente le varie classi sociali a seconda dell’area geopolitica, la stessa disparità che si ritrova spesso al centro dell’attenzione dell’autore. Un’operazione che evidenzia la frattura presente nel sistema sovietico accompagnata da un’altra che sperimenta sull’immagine ridefinendo letteralmente il concetto di rappresentazione; film questo che, assieme al celeberrimo nonché già citato apice della carriera vertoviana e al dimenticato “Tre canti su Lenin”, segna un traguardo fondamentale per il Cinema mondiale.

Voto: ★★★/★★★★★

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