Kwaidan

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Kaidan (1964) – Masaki Kobayashi / Giappone

“Kwaidan”, letteralmente “Storie di fantasmi”. Intenso, pittoresco e geniale questo fiore all’occhiello del maestro giapponese Masaki Kobayashi. Quattro storie, quattro inquietanti vicende per penetrare nel cuore dello spettatore attraverso un’immagine folgorante, che lascia estasiati per la sua bellezza ma che al contempo narra dell’invisibile nesso tra vita e morte con un tatto ed una finezza narrativa impareggiabili.

La pellicola si dipana attraverso quattro episodi a se stanti. Ne “I capelli neri” osserviamo le vicende di un samurai che, abbandonata la moglie per far fortuna e in seguito risposatosi, ritorna anni dopo pentito dalla prima consorte ritrovandosi dinnanzi un fantasma e trasformandosi di colpo in un anziano. Ne “La donna della neve” un boscaiolo incontra una donna-fantasma che, dapprima decisa ad ucciderlo, lo risparmia, se ne invaghisce e, dopo svariato tempo, torna personificata nella moglie seducendolo e fuggendo per sempre. In “Hoichi senza orecchie” si narra di un giovane suonatore che riesce a scampare dalle malie di antichi spiriti-fantasmi decisi a portarlo con loro, perdendo però le orecchie ma acquistando fama mondiale. Infine ne “In una tazza di te” uno scrittore intento nella lettura di un libro di battaglie scopre di star vivendo in prima persona la storia stessa.

Che la poetica del genio nipponico fosse composta da una meticolosa e speculare ripresa incentrata ossessivamente sull’uomo e sui suoi risvolti emotivi nella vita, si era già capito da opere come “Harakiri” ma ancor più “La condizione umana”; qui però tutto ciò viene reso in maniera ancora più enfatizzata attraverso una narrazione dagli echi horror e gotici che non lascia niente al caso ma che al contrario riflette pesantemente nella storia stessa su questa tendenza verso il lato più umano dell’essere. E proprio questo lato umano viene messo in risalto dalla scelta voluta di calare questa sua tendenza in un contesto palesemente sovrannaturale. Qui l’uomo viene letteralmente scomposto e messo al centro di un’indagine che non si limita a sottolineare l’aspetto meramente farsesco e sfarzoso del racconto ma che va chiaramente al di là, facendo risaltare lo stesso in chiave decisamente filosofeggiante. Ogni storia, pur nel suo intento narrativamente e visivamente suggestivo, nei suoi colori abbaglianti, terrificanti ed ossessivamente rimandanti ad una dimensione dalle rimembranze sfacciatamente stile Edgar Allan Poe, delucida chiaramente la volontà di proiettare l’essere in una dimensione totalmente allegorica dell’esistenza, introiettando perciò una lettura drammatica e quasi fatalista dell’uomo, inteso qui nel suo connotato più materialmente imperfetto nonchè soprattutto effimero.

Una qualsiasi lettura dell’opera non si può esimere in questo senso dal notare una vena pesantemente pessimistica nelle storie raccontate, una decisa impronta realista in ciò che si scorge dietro alle apparenze. Cos’è in definitiva lo spirito, il fantasma, se non l’incarnazione vera e propria del più profondo scontro idealistico tra ragione e fede, tra caso e predestinazione, tra libero arbitrio e semplice imperfezione umana? Quello narrato qui è uno scontro inevitabile ma al contempo impari tra l’aldilà, l’uomo e la sua stessa natura in quanto, come il samurai nel primo episodio non riesce a rimanere fedele alla prima moglie, tradendo così le sue promesse, così allo stesso modo il boscaiolo nel secondo episodio non può esimersi dal rompere il patto stipulato con il fantasma e via dicendo. Ecco allora che la componente tragicamente materialista ed egoistica dell’essere umano diventa inscindibile dalle sue scelte nella vita e dal suo stesso destino.

Ma senza ombra di dubbio più di ogni ragionamento celato dietro all’opera in questione, è la sua resa tecnica che conferisce alla stessa il suo vero valore aggiunto. La fotografia sopra tutto, con le sue tonalità spazianti dal nero al blu scuro fino all’azzurro tenue, al contempo tetre e affascinanti, conferiscono ed accentuano un’apparenza di evanescenza e di mortalità, ma anche di sacralità dell’attimo. Le atmosfere sono calme, silenziose, l’attimo viene scandito dai sussurri di un aldilà onnipresente. La regia è straordinariamente incentrata sulla creazione del clima stesso e sulla ripresa attenta e drammatica dei personaggi, scandendo ogni loro emozione con estrema solennità. Un Cinema quello di Kobayashi che penetra dritto nel cuore dello spettatore per la grande cura dell’immagine e per la perfetta resa del momento. Una tecnica  che mette in primo piano le sensazioni e le atmosfere, il lato più personale della realtà, cercando con armonia e con vena artistica di sottolineare ogni emozione e significato recondito celatosi all’interno dell’atto ripreso.

Un film perciò fondamentale all’interno del panorama giapponese, un’opera che venne presa in considerazione perfino dall’Academy Award. Un ritratto avvincente e fascinoso di un mondo in balìa delle forze sovrannaturali, un dipinto oscuro e tiranneggiante che non può non suscitare ammirazione: un lavoro originale e perfetto.

Voto: ★★★★/★★★★★

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