Faster, Pussycat! Kill! Kill!

Faster, Pussycat! KIll! KIll! (1965) – Russ Meyer / USA

Direttamente dagli scenari più sotterranei del B-Movie americano una delle opere più apprezzate del regista statunitense, un mix di erotismo e violenza che non lascia adito a dubbi riguardo alla sua valutazione, quanto semmai alla sua esistenza stessa. Un film che dimostra tutta la sua voglia di scioccare e impiantare adrenalina nel pubblico senza far ragionare ma provando ad appagare le semplici voglie di chi il Cinema lo intende solo come passatempo.

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Finito di lavorare, tre spogliarelliste salgono in macchina e si dirigono verso il deserto. Partito però con l’unico intento di svagarsi un po’, il gruppo viene rapidamente trascinato dalla follia assatanata di una delle tre, Varla, il cui scopo sarà quello di uccidere e derubare chiunque incontri sul suo cammino.

Una pellicola questa che, più che soffermarsi su singoli aspetti della vita o su determinati ragionamenti, cerca palesemente in tutti i modi di forzare quasi lo spettatore attraverso una carrellata vera e propria di emozioni e sensazioni fisiche e visive, e come lo stesso Meyer ammise, la scelta di usare delle donne attraenti come protagoniste, insistendo costantemente sul loro aspetto fisico, non è casuale. Di certo, sempre come affermato dal regista, non ci troviamo di fronte ad una critica, seppur velata, nei confronti del lesbicismo, quanto semmai ad una mirata prevaricazione del sesso nei confronti di qualsiasi altro aspetto.

Chiaramente, tralasciando il fattore del mero intrattenimento, comunque più o meno condivisibile, è un film questo che non solo non lascia valori ma anzi ne manifesta i loro opposti, e il tutto con una bassezza generale in tutti i campi che lascia davvero senza parole. Tralasciando una qualsiasi morale o contenuto, l’apparato tecnico è un vero e proprio disastro: regia inesistente se non banalmente e stoltamente conforme ai suoi scopi, recitazione penosa, sceneggiatura ricolma di falle e senza un suo vero e proprio senso, fotografia tra le peggiori. Certo è un’opera a basso costo, che gioca tutto sull’appetibilità per un pubblico da saletta, come del resto il genere stesso nel quale si inserisce, ovvero l’exploitation, solo negli ultimissimi decenni rivalutato da pubblico e critica e arrivato sui grandi schermi.

Se da un lato perciò non ci si può esimere dal considerarlo un esperimento infantile e commerciale, dall’altro risulta davvero impossibile non valutarlo per ciò che è nonché per ciò che manifesta, ovvero assolutamente nulla a livello contenutistico, ma unicamente controvalori fini a se stessi e lasciati soli allo sbaraglio in una pellicola dove sesso e violenza sono le due vere attrici. Sembra proprio che il maestro Tarantino abbia preso largamente spunto da Meyer (sempre a detta dello stesso Tarantino) per creare le sue opere, difatti la differenza tra i due sta unicamente nell’apporto tecnico.

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Voto: ★/★★★★★

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