Impressions of a Drowned Man

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Oi entyposeis enos pnigmenou (2015) – Kyros Papavassiliou / Cipro

Definire la vita come un eterno riproporsi degli stessi eventi, annullando così la causalità e l’arbitrio individuale. Al suo primo lungometraggio il regista cipriota sceglie di operare su temi profondamente impegnati quanto complicati nella propria attualizzazione, ma con quest’opera supera la sfida con se stesso e dimostra grandissime abilità direttive e di scrittura riuscendo a rendere al meglio, o quasi, un soggetto estremamente delicato.

Il protagonista è un uomo che, inizialmente, vediamo vagare senza sapere nulla di se stesso nè del proprio passato. Attraverso gli incontri con varie persone a lui vicine però capiamo questi impersonare l’identità di un noto poeta morto suicida, Kostas Karyotakis; egli, dopo aver tentato invano il suicidio per annegamento, mise fine alla propria vita con un colpo di pistola, ma ecco che ora si ritrova come forzato a rivivere durante ogni anniversario della propria morte gli ultimi attimi prima di suicidarsi di nuovo, e adesso, dopo quasi la novantesima volta, proverà a cambiare il proprio destino.

Risulta senza dubbio straordinario qui il lavoro di Papavassiliou, e ciò non solo per il fatto che quello in questione, come accennato, sia il primo lungometraggio da lui realizzato, ma soprattutto per la maturità artistica che nel complesso ne emerge. “Impressions of a Drowned Man” parla di un poeta realmente esistito ma è ben lungi dall’avvicinarsi ad un biopic; la componente veritiera infatti è qui sfruttata sostanzialmente come pretesto per poter riflettere una condizione umana, ma soprattutto esistenziale, che vede l’uomo di fronte al proprio destino senza alcuna possibilità di poter mutare quest’ultimo. Ma cos’è l’uomo senza la possibilità? Cosa diventa la vita che si vive se non si ha nessuna occasione di cambiare la propria sorte? Nel film l’autore non punta tanto a dare risposte quanto più a (far)riflettere sullo stato ontologico dell’uomo, e ciò che ne emerge da quest’analisi tanto profonda e puramente filosofica è una spaventosa quanto fredda e disillusa verità. Anche quando il protagonista finalmente trova le forze e decide di tentare l’intentabile, viene come eliminato, si dissolve nel nulla, in un finale tra i più freddi e splendidamente originali di sempre che, nonostante una solida cripticità di fondo, dà comunque impressione di voler trasmettere un proprio punto di vista: un epilogo dunque che non lascia spazio a molteplici interpretazioni. Al contrario vi troviamo diversi altri elementi e personaggi del film, come quello dell’attore in cui si imbatte inizialmente il protagonista, ma ancor di più la figura del protagonista stesso; questi infatti è fino alla fine ricoperto di un’aurea fortemente enigmatica che ne fa di lui una figura oscura, quasi impenetrabile ma allo stesso tempo fonte inestimabile di spunti suggestivi e tutt’altro che superficiali.

L’andamento ritmico per lo più lento e meditativo è poi perfettamente funzionale allo scopo del film e riesce splendidamente a ricreare un’atmosfera di mistero attorno alla vicenda esposta; e così assistiamo inermi durante tutto il corso degli eventi senza mai capire davvero cosa spinga il protagonista a dover rivivere continuamente l’anniversario della propria morte. Ma il punto è proprio questo: non esiste una risposta. Papavassiliou evita volutamente di collocarsi in una dimensione reale e veritiera, e cerca di far nascere la riflessione da un qualcosa di assurdo, di incomprensibile, che però funga effettivamente da spunto meditativo. E così in effetti è. Non è rilevante il fatto che il protagonista debba rivivere potenzialmente all’infinito gli ultimi momenti della propria vita, ma lo è il fatto che non voglia mai cambiare il proprio destino, e ancor di più che, anche quando voglia, sia come impossibilitato a farlo. Una visione questa dell’uomo che in definitiva risulta del tutto sfiduciata e priva di ogni sorta di luce speranzosa, come del resto il finale lascia intuire attraverso riprese di spazi vuoti, statici ed infinite distese desertiche: ne emerge in sostanza un nulla cosmico, un nulla che penetra lo spettatore e che lo pervade di un senso di vuoto, lasciandogli l’amaro in bocca.

Grazie ad una sceneggiatura insolita e senza precedenti l’autore riesce quindi nella propria impresa, nonostante le ambizioni decisamente alte. Egli costruisce qui una parabola umana che trascende l’uomo così come il tempo, un’opera forse poco chiara in alcuni suoi passaggi narrativi quanto del resto volutamente realizzata in tal modo: uno straordinario viaggio suggestivo di fronte al quale difficilmente si rimane indifferenti.

Voto: ★★★★/★★★★★

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