Aguirre, Furore di Dio

Aguirre, der Zorn Gottes (1972) – Werner Herzog / Germania Ovest

Nonostante i già eccellenti trascorsi, è qui, con ‘Aguirre, furore di Dio’, che acquista valore definitivo l’operato di Werner Herzog, autore di spicco della nuova scuola tedesca. Le oscene brutture umane del precedente ‘Anche i nani hanno cominciato da piccoli’ si rinnovano passando dall’apatica amarezza del bianco e nero a tinte fosche, sporche. In egual modo si rinnova il rigore morale e stilistico dell’autore, che vede l’uomo crollare sotto il peso della sua stessa sete di potere.

La storia racconta di un drappello spagnolo avventuratosi, nel lontano 1560, nel folto della labirintica foresta peruviana alla ricerca del tanto agognato tesoro di El Dorado. La spedizione, inizialmente capeggiata dal fratello del conquistatore Francisco Pizarro, viene poi portata avanti da un folle conquistatore, Lope de Aguirre, che trascinerà l’intero gruppo verso la morte.

Il film, interamente girato in Perù con pochissimi fondi a disposizione, incontrò molti ostacoli durante la sua lavorazione: in primis il carattere scontroso e impossibile del protagonista Klaus Kinski, amico del regista e suo attore feticcio. In secondo le difficili e precarie condizioni lavorative che comportarono, come per ‘Fitzcarraldo’, notevoli difficoltà pratiche e un lungo periodo di riprese. Oltre ciò, il film risulta davvero grandioso per l’abilità direttiva dimostrata da Herzog.

L’immensità del paesaggio, che qui è il vero protagonista del film, svilisce lo spettatore. La cinepresa non assume mai un vero e proprio punto di vista, piuttosto tende a smaterializzarsi mostrando le vicende con stile imparziale e documentaristico. L’intera tensione che costruisce il film è resa anche dall’attore Kinski, che attraverso un’interpretazione straordinaria e naturale, riesce a creare un personaggio indimenticabile; egli venne infatti scelto da Herzog per la sua vena di pazzia, dato che provò all’età di 26 anni l’esperienza del manicomio. Tuttavia, ciò rende la sua interpretazione genuina e verosimile.

Ma la forza di ‘Aguirre, furore di Dio’ è sicuramente l’intrinseca potenza visiva che conserva al suo interno, il grandissimo potenziale che racchiude in se. Il viaggio della pellicola, più di quello della spedizione spagnola, risulta essere quello interiore dello spettatore: lo spossante viaggio attraverso il Rio delle Amazzoni e le sue fitte foreste circostanti, il lento avanzare senza meta e senza sosta permette di trasportare chi osserva in un emisfero surreale, di rendere palpabili le emozioni che ne derivano, e soprattutto di vagare e spaziare con la mente. Le lotte dei protagonisti del genio tedesco sono sempre battaglie perse in anticipo perchè dettate da un furore di conquista, dalla ricerca di quel di più che a conti fatti è inarrivabile: la presunzione dell’uomo di fronte al mondo che lo circonda risulta essere quella di un’umanità scontenta di se stessa, che ricerca la propria forza nell’entità di ciò che la circonda invece che dentro se stessa, e il risultato è la sconfitta, come dimostra il drammatico epilogo.

Il fattore fondamentale per la riuscita del film è probabile che sia proprio quello dell’ambientazione, che rende il tutto estremamente vero e credibile. E il genio sta proprio nell’accostare questa veridicità con l’aria di grottesco che invece il regista introduce nel film, creando un contrasto efficace e vincente. Si può interpretare il film in vari modi: la follia umana che tenta di superare il confine del possibile, la tragedia di un pazzo che rispecchia l’insanità umana dell’epoca oppure una critica all’imperialismo coloniale e alle sue conseguenze sul continente sudamericano.

Voto: ★★★★/★★★★★

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