The Girl from Nowhere

La fille de nulle part (2012) – Jean-Claude Brisseau / Francia

Da uno dei paesi più accomunabili ad innovazione e personalità, l’ultimo prodotto del regista premiato a Locarno Jean-Claude Brisseau. Con quest’opera l’autore riesce infatti a fondere insieme una concezione tutta personale d’arte con una riflessione non indifferente sull’importanza dell’astratto e del surreale nella vita quotidiana, ed il tutto con una tecnica registica maestosamente imperiosa e forte di efficaci, reinventati echi surrealisti.

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La storia è alquanto breve e concisa: un uomo, vedovo e oramai in pensione, trascorre le giornate nella stesura di un romanzo sull’influenza delle credenze nel quotidiano. Un giorno incontra e soccorre una giovane davanti a casa sua: tra i due inizia un rapporto di affetto, ma con la presenza della ragazza iniziano anche a rivelarsi nella casa strane presenze. Nel finale tutto precipita e quando ogni cosa sembra volgersi per il meglio…

Non è facile riuscire a comprendere appieno quest’opera data la sua particolarità e unicità. Se da un lato di certo essa non mostra pienamente grandi contenuti ne una storia particolarmente ampia e complessa, dall’altro notiamo però una realizzazione estremamente accurata e definita, un’attenzione minuziosa per i benché minimi dettagli e il suggestivo altalenarsi di due mondi (reale-surreale) in maniera così ambigua ma al contempo distinta e su due fronti diversi (il tema del romanzo e i fatti che si verificano in casa) da suscitare un fascino e una curiosità irresistibili. Ed è proprio la lotta tra ciò che è reale e ciò che non lo è il tema centrale dell’opera: se come appena detto quindi l’argomento stesso del romanzo introduce ciò vediamo, in contemporanea che con l’entrata in scena della giovane, che tra l’altro si palesa come dotata di poteri ultra sensoriali, vediamo strani avvenimenti scatenarsi contro l’abitazione del protagonista. Da quel momento, più il suo affetto per Dora (si chiama così la giovane) cresce più egli viene non intimorito quanto interessato, data la sua natura scettica e fortemente in opposizione con quanto non è scientifico e materialmente comprovabile (non a caso egli è un ex professore di matematica), dalla stessa, e tanto dunque tali fantasmi iniziano a popolare il suo appartamento.

Le visioni si ripetono senza una logica o una spiegazione, così come senza logica o spiegazione è il finale: Brisseau qui non vuole razionalizzare la realtà (al contrario del personaggio che egli stesso interpreta, ovvero il protagonista), ma bensì catturarne tutta la sua illogicità e impossibilità di essere catalogata dall’uomo. Viene chiaramente mostrata dunque un’ideologia fenomenologica, un culto del sovrannaturale, ed esso viene rappresentato dalla ragazza, mentre l’uomo, Michel, rappresenta invece il polo opposto, la razionalità: questo scontro è quindi i fulcro di tutto. Ma lo spettatore, nonostante il punto di vista del regista sia chiaramente dissacrante nei confronti dell’ex professore, non riesce a fare a meno di immedesimarsi in esso, sfidando continuamente le entità maligne presenti nella sua casa e opponendosi perciò a qualcosa di cui nemmeno lui conosce il potenziale: non a caso l’astrusità e la banalità del tragico finale stonano fortemente col resto, chiudendo la pellicola con una tinta grottesca, davvero illuminante alla luce di quanto detto. Inoltre il forte contrasto tra ciò che è vero e ciò che è irreale, le teorie abbozzate in semi-serietà secondo le quali la ragazza sarebbe la reincarnazione della moglie morta, e che quindi il ciclo di reincarnazione sia un’eterno susseguirsi di morte apparenti,solo fisiche: tutto ciò definisce una specifica logica, dove il confine tra la vita e la morte diventa così flebile da risultare invisibile, e dove il significato di reale perde completamente di importanza, risultando in fin dei conti inesistente e inutile.

Come detto, la narrazione si sviluppa in maniera semplice. I dialoghi tuttavia sono abbastanza presenti, lungi però dall’essere determinanti o fondamentali. Ma il punto più interessante è sicuramente la creazione dell’atmosfera, che predomina per tutta la durata del film: le musiche non esistono e non vi sono elementi uditivi all’infuori di quelli vocali o dei naturali rumori di circostanza. Tutto questo però crea il clima di tensione adatto per l’ingresso del surreale: le scene visionarie infatti subentrano nel normale con assoluta tranquillità, e la loro entità spaventosa dura così poco, tranne che per le ultime scene del film, da non rendere il fatto in se particolarmente rilevante. Tecnicamente la regia è davvero superlativa e tende a riprendere tutto ciò che succede in maniera asciutta e calma, con nitidezza e assenza di particolari inquadrature o movimenti, come a voler sottolineare la normalità e la quotidianità dell’ambientazione, e l’altrettanta normalità del surreale, che difatti registicamente parlando si amalgama perfettamente con la realtà rendendo in pratica i due concetti una cosa sola.

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Voto: ★★★/★★★★★

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