Feng ai

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Feng ai (2013) – Wang Bing / Hong Kong

Registrando la realtà ci si ritrova immancabilmente di fronte ad una codificazione spaventosa, che in tutto il suo lucido potenziale riscopre la potenza di atterrire, proprio attraverso quell’eco ancestrale che normalmente satura gli occhi per la sua prevedibilità: e qui “Feng ai” diventa non solo un’opera ma l’opera per eccellenza, che tramite la sincerità e la purezza del vero umanista immane la forza più grande che il Cinema possa sprigionare, ossia quella del vero. Se l’arte abbisogna così disperatamente di una riscoperta della tangibile ineluttabilità del quotidiano, Wang Bing ne è sicuramente il maggiore fautore ed esponente.

L’occhio impavido e scrupoloso della cinepresa penetra all’interno di un manicomio del Sud della Cina. Per poco meno di quattro ore osserviamo le brevi vite di alcuni reclusi, etichettati col nome e con la durata della permanenza in quel luogo, toccando con mano quanto di più orrido si possa nascondere dietro alla verità. Amori divisi, speranze frantumate, resistenze sedate: tutto qui si fa forte di un reale che implora pietà, di volti che, solcati dalle pene della loro inerzia, non possono che continuare a resistere, passo dopo passo, secondo dopo secondo.

Invisibile come lo spirito di vendetta umana che richiama la più grande volontà registica immaginabile, impavido e impegnato come mai aveva fatto: così si muove il maestro Wang Bing all’interno di uno scenario che(sfortunatamente) ha fin troppo di apocalittico. Azzerato ogni minimo aspetto circostanziale o dichiaratamente narrativo, ci si addentra nella claustrofobica prigione umana che fa da teatro alla più sconvolgente delle realtà. Il richiamo alla coscienza è immediato, la presa d’atto lo è altrettanto, gli unici protagonisti della visione siamo noi, se di veri protagonisti si può parlare; noi in quanto umanità, noi in quanto bestie immorali, avidamente avvinghiate alla spregiudicata sete di prevaricazione che(purtroppo) consegue al potere assoluto. Politico sicuramente perciò, ma di un politico che prima di tutto analizza l’uomo riportandolo di fronte all’atto compiuto nei confronti di se stesso, e solo in un secondo momento lo giudica e lo annichilisce socialmente(illuminante a questo senso il paragone con l’altrettanto politico “I dannati di Jiabiangou”).

Entrando nel tunnel di perversione, che ottenebra come una nube carica di folle e spietato sadismo politico l’intera vicenda, ci si accorge immediatamente che, se da un lato l’intento autoriale è quello di ritrarre l’oscenità e la repellenza, dall’altro è anche quello di mostrare tutto ciò che sta dietro a questa disgustante finestra sul mondo. Perchè con sottile, pungente realismo l’autore non manca di riprendere anche e soprattutto le premesse umane e sociali che trascendono la vicenda, a partire dai motivi che hanno portato a questa disastrosa situazione. Per fare ciò è necessario entrare nelle vite delle persone, riprenderle passo passo in ogni loro movimento e/o espressione, osservarle per comprendere il loro dolore. E Bing qui scivola silenziosamente persino sotto le sporche e consumate lenzuola dei letti, corre attraverso quei corridoi fradici e malandati, alla ricerca di una risposta che spieghi il perchè di questo innegabile fatto storico: la dura verità è che la maggior parte dei “pazienti”, rappresenta unicamente quella fetta di società che grava sul governo e sulle famiglie, che risulta appesantire entrambe in un Paese dove la crescita della popolazione è un problema ormai assodato; nel resto dei casi si tratta invece unicamente di persone scomode, da “esiliare” per riaffermare la propria autorità dittatoriale.

Quel che è certo è che Feng ai sia un film per e sull’uomo, e che Wang Bing riproponga qui la sua sete di giustizia e di verità. Una catarsi perciò necessaria ed obbligatoria da parte di chi davvero si sente appartenere del mondo, al contempo avvinghiato ad esso ma da una necessarietà egoistica e perversa. Similmente al Lav Diaz di opere come “Death in the land of encantos”, l’autore qui utilizza il dramma quotidiano come attore, lo sfrutta per un bisogno ben più alto a quello meramente artistico o ritrattista, delineando una società che affoga nelle macerie dell’opportunismo e riprendendo il dramma da un punto di vista completamente coinvolto nel dramma stesso, con una voce tanto più feroce ed aggressiva quanto di fatto lancinate da ciò che si ritrova a raccontare. Il dolore è parte dell’opera perchè è parte della realtà, lo si nota sempre e comunque, negli sguardi di un povero afflitto che implora calore umano alla sua anima gemella al contempo così vicino e così distante; nella sconsolata e selvaggia disperazione di un uomo abbandonato in primis dalla sua stessa famiglia, lasciato solo e quasi preso in giro dalle visite della moglie recanti unicamente qualche mandarino. Non ci si può astrarre da un simile contesto, non gli si può negare l’attenzione come infine non lo si può non osservare con l’occhio di un perenne colpevole.

Uno sguardo che narra più di ogni altra voce, un’immagine che, in tutta la sua consumata e sporca verità, racconta meglio di ogni altra opera. Bing qui supera se stesso con un’opera che attraversa tempo e spazio ponendosi su di un piano ben superiore, dal quale non si può che ricavarne assolute certezze; di una vita distrutta come di una società da ricostruire. Di un mondo che allunga le sue avide e perverse mani persino oltre quelle sbarre che, apparentemente limitanti e confinanti, estendono il loro predominio ben oltre la semplice segregazione territoriale, in una spazialità che perde significato in quanto tale trasformandoci tutti in eterni succubi di noi stessi.

Un’opera immortale, senza tempo, che coinvolge ogni individuo, esprimendo la tragedia ma anche la determinazione e la speranza in una rivoluzione materiale e subitanea. Un incubo ad occhi aperti per imparare semplicemente dall’osservarci allo specchio, notarci in prima persona rinchiusi in quelle stesse stanze e in quegli stessi corridoi che celebrano la vittoria sul mondo di Feng ai.

Voto: ★★★★/★★★★★

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