Death in the Land of Encantos

Kagadaanan sa banwaan ninga mga engkanto (2007) – Lav Diaz / Filippine

Diaz torna a parlare del suo Paese, e lo fa con una voce forte, sentenziosa e quantomai maldisposta a scendere a compromessi. Filippine, 2006. Dopo l’avvento del tifone Reming, fonte di un vero e proprio massacro di massa, portatore di distruzione e desolazione, le persone vagano per il paese piangendo, rinunciando a cercare i loro cari, sepolti sotto strati di macerie, o cercando di tirare avanti. Dopo quasi vent’anni Benjamin Augusan, famoso poeta filippino, torna al suo paese natale per seppellire tutta la sua famiglia: madre, figlia e compagna. Nel mentre incontra due suoi vecchi amici, altri due sopravvissuti che vivono unicamente della loro compagnia reciproca. Benjamin ha dei trascorsi bui, è stato in un ospedale psichiatrico e soffre di instabilità mentale, i dottori gli danno ancora poco da vivere, inoltre il suo peggioramento è sempre più sconvolgente. La polizia lo sta perseguitando a causa dell’entità rivoluzionaria e sovversiva dei suoi scritti: ci penseranno loro ad affrettare la fine del grande letterato.

Tre anni dopo il suo ‘Evolution of a filipino family’ torna il talento asiatico, ancora più maturo ed abile, per una storia che si propone nuovamente di discutere delle Filippine in chiave critica quanto drammatica. Ogni fattore, ogni dettaglio, tutto qui è cronaca, tutto qui diventa una trasposizione più reale del reale, l’ennesimo tentativo del regista di portare la pura e semplice verità sullo schermo:una verità di denuncia, una verità di atrocità e sofferenze, una verità insomma di grande spessore, che non lascia indifferenti sotto nessun aspetto, primo su tutti quello della realizzazione. Attraverso nove ore di racconto vediamo la storia di una paese in rovina, dove i pochi rimasti si ritrovano soli a combattere per la sopravvivenza; e come suggerisce il titolo sullo schermo rimane solamente la morte, la morte in un paese nel quale l’autore crede ancora fermamente e che reputa insistentemente anche durante il film, patria di un popolo intelligente. Questa oscurità, quest’immensa incombenza funesta che sovrasta tutti i personaggi, diviene mano a mano sempre più efficace, sempre più vasta, in un finale dove ogni speranza viene stroncata definitivamente, e dove la voce della verità(rappresentata da Benjamin) viene soffocata da un governo dittatoriale e spietato, preoccupato della sua immagine ma non della povertà del popolo.

Diaz non scende a compromessi qui; il governo, le autorità, le istituzioni, la natura stessa dell’essere umano, ogni cosa viene ripresa e demolita tramite una messa in scena veritiera ma spietata. E l’odio del regista per l’indifferenza generale, la rabbia dei protagonisti, il grido di disperazione che intona più volte il protagonista: tutto ripiomba nel nulla come lacrime in un oceano, e la straordinaria forza delle immagini comunica questo in maniera inequivocabile. Ma per rinforzare tutto ciò il maestro filippino conferisce un tono inquisitorio al suo film, rendendolo quasi un processo: egli alterna infatti al racconto le interviste dei personaggi del film riguardo alla morte del protagonista e alla situazione del paese dopo il tifone, comunicando immediatamente allo spettatore la sua volontà di rendere la storia tanto artistica quanto cronachistica, senza tralasciare il fattore storico, ma unendolo a quello umano e fondendoli insieme. Chiaramente, come in tutte le opere del genio di Lav Diaz, la regia è lenta e brutale, non plasma l’opera per lo spettatore ma costringe lo stesso ad abituarsi ad essa, l’apparato tecnico è eccellente ma di scarsa importanza, perché in fin dei conti ciò che rimane qui sullo schermo è unicamente il fatto in sé per sé, senza appropriazioni di tramite ma solo spostamenti.

Un film sulla disperazione e sulla ripresa della realtà come strumento necessario per una rivoluzione: una rivoluzione che deve avvenire dalle macerie della vecchia società, da quelle stesse macerie nelle quali il popolo viene lasciato morire o ucciso in prima persona. Una risurrezione materiale e attuabile quella che suggerisce Diaz, e un pretesto quello di riprendere un fatto di cronaca, che permette al maestro di appropriarsi della realtà rendendola parte di un disegno ben più grande, che si estranea dallo schermo e dalla soggettività impostagli per trasformarsi in verità universale. E quando l’impatto arte-realtà diventa di fatto necessario nasce come in questo caso un lavoro che include già in sé tutte le condizioni di necessità per fornire una perfetta dottrina umana, sull’uomo ma soprattutto per l’uomo. Da ricordare sicuramente tra le scene più significative il dialogo tra Benjamin e il poliziotto ed il finale dove si compie la tragedia, non mostrata ma lasciata intendere per ciò che il resto del film ha comunicato fino a lì.

Voto: ★★★★/★★★★★

Questa voce è stata pubblicata in Slow Cinema e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...