Khrustalyov, My Car!

Khrustalyov, mashinu! (1998) – Aleksej German / Russia

Febbraio 1953. Gli ultimi giorni del regime Stalinista. Il “Complotto dei Medici” ordito dal dittatore sovietico (subdola mossa politica mascherata da provvedimento giudiziario che asseriva il promuoversi e il diffondersi all’interno di tale casta di un pericoloso progetto atto a ribaltare l’ordine vigente per mezzo di attentati ed erronei trattamenti medici) è al culmine del proprio evolversi. Il generale dell’Armata Rossa nonché ufficiale medico, Yuri Klenski, figura principale del film, finisce vittima di tal trama, torturato, violentato e infine mandato in uno sperduto Gulag in Siberia, prima di venir richiamato per assistere il capo dello Stato nelle sue ultime ore di vita. Adesso è finalmente libero, l’Unione Sovietica è libera: ‘Khrustalyov, my Car!’.

Da uno svolgimento a dir poco difficoltoso, insistentemente delirante e vaneggiante non meno dei precedenti di zulawskiana memoria (‘La terza parte della notte’, ‘Il diavolo’ ‘Sul globo d’argento’), capiamo subito di questo ‘Khrustalyov, my Car!’ il suo voler definire un periodo storico tramite i parametri dell’invasamento e dell’istantaneo affiorare di ricordi (gran parte dell’opera è basata sui trascorsi dell’autore stesso). La concezione di tale periodo però, non è tanto data dal tratteggio realistico o cronachistico/didascalico degli eventi, quanto proprio dal voler comporre un ritratto dell’URSS Stalinista decisamente parziale, dettato sì dalla ricerca del veridico ma al contempo deviato, allegorico, quasi onirico nel suo rispecchiare il clima storico-politico in corso in chiave allucinatoria. Apponendo perciò all’opera tal indirizzo possiamo dedurne il suo conseguente sviluppo. German realizza senza dubbio un film unico nel suo genere, un affresco storico quindi, ma soprattutto un insano addentrarsi nei meandri oscuri, nelle omissioni e nelle censure di un regime totalitario fondato sulla paura e caratterizzato dalla più dilagante alienazione. Mdp a spalla, l’autore penetra nelle strutture ospedaliere, nelle abitazioni private, nei vicoli bui e nei furgoni militari, mostrando l’indecenza e la perversione più totali, portando all’estremo ogni situazione e frastornando per l’astrusità dei piccoli gesti e delle battute che caratterizzano e fanno da sfondo agli avvenimenti.

L’opera si compone perciò di specchi, portali immaginari concentrati in serie per tutto l’arco della durata attraverso i quali osservare spezzoni di vita, situazioni apparentemente slegate fra loro ma al contempo decisive nel loro avvalorarsi vicendevolmente l’una con l’altra. La mancanza di un nesso logico che le colleghi è un’impressione caratteristica dello stile dell’autore, un voler ricongiungere il palese anche se marginale intento di resoconto, al suo immediato significato, ovvero l’astrusità del momento storico narrato. Questa Russia Stalinista diventa un ricettacolo di follie e la sua rappresentazione spontanea, diretta, istintiva, raccapricciante, delirante seppur realista. Le inenarrabili atrocità alle quali assistiamo, soprattutto verso il finale, diventano il volgere al termine, il putrefarsi del cadavere di una nazione. I tempi si dilatano, gli spazi si aprono mostrando quasi solamente esterni, vaste distese ghiacciate e freddo siderale; lo sguardo dell’autore si concede un momento di tregua empatizzando, più che per il proprio protagonista, per un popolo intero, quello russo, finalmente sciolto dalle catene di un regime sadico e sprezzante.

Sguardo critico e storicizzante, quello che fa da cornice alla vicenda, che diventa amaro sarcasmo, malinconico incedere nelle pene evidentemente sentite come personali dall’autore, interiorizzate e nel culmine dell’orrore ancora più acute, disgustosamente aberranti. Se la parabola politica del successivo, testamentario ‘È difficile essere un Dio’ sarà cruda, feroce ed audace nella sua palese vena estetizzante, qui il tutto appare più fosco, più netto, più veritiero. I film-accusa del cineasta di Leningrado rappresentano probabilmente uno dei capitoli più paradossali e cinematograficamente affascinanti mai osservati, digradando faticosamente, un lavoro coraggioso e sprezzante, l’apoteosi del radicalismo stilistico proprio della corrente di stampo russo.

Voto: ★★★★/★★★★★

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