Interviste #1 – Frederico Machado

ny68yxj

Frederico Machado (São Luis, 1972), critico cinematografico, sceneggiatore, produttore e regista brasiliano. Nel 2006 ha fondato la casa di produzione “Lume Filmes” che successivamente diverrà anche casa di distribuzione ed è altresì direttore del “Lume International Film Festival”. Dopo vari cortometraggi, nel 2013 scrive e dirige il suo primo lungometraggio “The Exercise of Chaos”, un’opera prima tra le più brillanti ed eccezionali di sempre, nonchè prima parte della “Dante Trinity Trilogy” continuata un anno dopo con “The Road of Milk”, film più sperimentale che mantiene però l’impronta stilistica del precedente e si presenta in maniera altrettanto folgorante. L’autore è tutt’ora in lavorazione sul suo terzo lungometraggio, ossia l’ultima parte della trilogia, che si intitolerà “The Fisherman”.


Cinepaxy: Bene, innanzitutto la ringraziamo per essersi reso disponibile a quest’intervista. Per iniziare partiamo con una domanda generale. Cosa la ha avvicinata all’arte del Cinema? Cosa o chi in particolare le ha trasmesso questa passione e come è nato il suo interesse per la settima arte?

Frederico Machado: Vi ringrazio per l’interesse. Provengo da una famiglia di artisti, mio padre e mia madre erano scrittori. Mio padre era un alcolizzato e mia madre lavorava tutto il giorno. Fin da quando avevo 8/9 anni ero solito guardare film di Bergman, De Sica, Ozu. Non avendo fratelli o sorelle sono sempre stato un po’ solo per cui il Cinema rappresentava per me una fuga dal mondo. Oltre tutto il mio vicino era un membro del Cineclub di Rio Estação Botafogo. Io provengo da una cittadina molto piccola, Sao Luis e sono stato molto fortunato a riuscire a studiare a Rio de Janeiro quando ero un adolescente. Al cinema proiettavano unicamente film d’autore per cui passavo molto tempo guardando film. Penso che la mia passione sia nata a causa delle mie difficoltà di conoscere persone e/o essere socievole.

CP: Ma oltre ad essere regista lei è anche produttore e direttore della Lume Filmes e il voler promuovere il Cinema brasiliano meno conosciuto certamente le fa onore. Dunque qual è stato il suo percorso lavorativo? C’è stato qualcosa che l’ha spinta a promuovere un determinato tipo di Cinema piuttosto di un altro? E a tal proposito ha un particolare metro di giudizio o promuove semplicemente ciò che le piace?

FM: Quando avevo 17/18 anni fondai una rivista amatoriale indipendente dove parlavo di Cinema, così conobbi parecchi registi dell’UFF (Università di Cinema) ed iniziai a scrivere delle bozze di sceneggiature per loro. Nel 1996 venni insignito del premio alla migliore sceneggiatura dal MINC (Ministro della Cultura) e così girai il mio primo cortometraggio, realizzato poi in Sao Luis. Tutta la mia vita è stata caratterizzata dal Cinema, ho un CV che lo dimostra. Dopo il mio primo corto creai un cineclub, un festival del Cinema, un videoclub e, dopo una produzione, anche una compagnia di distribuzione. Sono sempre stato indipendente e solo nel mio progetto, in una città che non aveva ancora una certa idea di tradizione del Cinema.

CP: Adesso parliamo della sua successiva “Dante Trinity Trilogy”. Come è nata? In quale modo ha adattato tale trilogia alla modernità? Come ha trasferito vecchi concetti nel mondo d’oggi? E quali sono le principali nozioni che vuole trasmettere attraverso questa trilogia?

FM: Il rispetto venne con la critica. Realizzai completamente da solo il mio primo film: “The Exercise of Caos”. Solo con una troupe di meno di 10 persone, e con mia grande sorpresa e felicità venne largamente acclamato. Col mio secondo film fu tutto più difficile, era un road-movie senza una sceneggiatura e molto più sperimentale. Comprendo le limitazioni derivanti da ciò ma credo che il mio sia un Cinema vero ed autentico. Credo fermamente di avere qualcosa da trasmettere e da dare a questa arte. La trilogia tratta della poetica di mio padre. E’ una bellissima poetica e i temi trattati sono innumerevoli: sesso, religione, esistenzialismo…Ho provato ad esprimere attraverso l’immagine tutta la densità e la profondità delle sue parole. La trilogia Dantesca è attinente nel senso che ha tre libri con temi molto simili, e gli stessi titoli si rifanno ad essa: “The Exercise of Caos”, “The Road of Milk” e “The Fisherman”.

CP: Ci può dire qualcosa di più a proposito delle poesie di suo padre? Inoltre, cosa possiamo aspettarci dall’ultimo capitolo della sua trilogia?

FM: Mio padre è un uomo semplice ma enorme. La sua arte è così densa, così incredibilmente forte che pare quasi assurdo. Ho provato a rilevare ed esprimere al mondo intero tramite le mie opere quest’uomo e quest’artista, ma al tempo stesso provare che è possibile tradurre la letteratura in un contesto moderno. Per riallacciarci alla domanda precedente, penso di aver fatto un adattamento dei suoi libri per il Cinema, ma nel mio personale modo di intendere lo stesso. Un modo moderno che esprime molto efficacemente cosa penso riguardo ai mie dubbi, alle mie rivelazioni e alla mia maturazione. Il prossimo ed ultimo film della trilogia parla di un pescatore che vive solitario con la moglie in un villaggio magico.

CP: Un’altra domanda: quali sono i principali registi che più di tutti la hanno ispirata? Ha tratto per esempio qualcosa da autori suoi connazionali come Glauber Rocha o Julio Bressane? Ci sono dei nomi che lei ammira in particolare?

FM: Vi ringrazio molto per questa domanda. Dunque, le mie passioni: riguardo ai registi che ammiro ce ne sono così tanti che sarebbe un sacrilegio nominarne solo pochi, ma ci proverò; nella storia del Cinema, penso che ci siano molti autori imprescindibili. Per la composizione dell’immagine e la sensibilità narrativa direi che Ozu è stata la mia principale fonte di ispirazione. Per la creazione delle atmosfere e per un cinema fatto con dignità e consapevolezza direi Bresson. Per la forma e la costruzione delle scene e delle immagini direi Dreyer. Per la profondità e la stratificazione psicologica Bergman. Libertà e inventiva: Godard. Sensibilità: Truffaut. Per l’originalità, la bellezza e l’estetica Parajanov. Per l’uso di un linguaggio simbolico e per il suo saper raccontare attraverso l’immagine Tarkovskij, ma ce ne sono così tanti…apprezzo molto anche il Free Cinema degli anni’60, il cinema sperimentale e rivoluzionario dei ’70, quello iraniano dei ’90, il Neorealismo italiano dei ’40, ma adoro soprattutto scoprire nuovi registi di talento, film che creano nuovi sguardi sul Cinema e sul mondo e nuove introspezioni dentro quest’arte. Del Cinema brasiliano apprezzo molto i film di Nelson Pereira Dos Santos, “Rio 40 Graus” e “Vidas Secas”, ma Rocha è sicuramente un’icona. E per rispondere alla sua precedente domanda: è così che il successo venne da me, perchè io promuovo unicamente film che apprezzo. Non penso mai a ritorni economici, se il film sarebbe o meno un successo.

CP: Parlando della sua poetica cinematografica è evidente che il suo “The Exercise of Chaos” sia un film esistenzialista, sulla disgregazione di una famiglia, e sia estremamente complesso. Lei qui ha rappresentato un mondo pesantemente spietato e malvagio, dove il Caos appunto, il Male, annienta l’essere umano. Nell’impostazione e nelle conseguenti conclusioni sembra quasi un film apocalittico, e in parte ha ripreso tutto ciò nel suo “The Road of Milk”, dunque qual’è il messaggio principale che voleva comunicare attraverso queste sue due opere?

FM: Il messaggio che ho voluto comunicare attraverso queste opere è che il mondo è un posto solitario. Disintegrazione, tristezza, difficoltà. Spero di saper trovare la luce attraverso questo Caos odierno, guardo alle mie due figlie e credo che ciò sia possibile. Scopro film affascinanti e continuo a sperare. E’ davvero difficile parlare di tutto questo ma sono convinto che attraverso il fare Cinema, vedere e distribuire film in cui si crede, sia possibile dimenticare e forse scoprire nuovi modi di rendere il mondo un posto migliore per le persone.

CP: Quindi affermerebbe che nei suoi film è presente anche un punto di vista positivo?

FM: Sicuramente. Penso che l’arte includa sempre in sé una certa positività, anche quando parla di tristezza, tragedia e dolore.

CP: Ma siamo d’accordo sul fatto che maestri come Dreyer, Bresson e Tarkovskij, che sono anche sua fonte di ispirazione, in generale non diano una visione positiva della realtà…

FM: Certo, è chiaro. Ma in un certo senso anche loro riproducono speranza: loro sono i miei maestri. Comunque sì, in generale non danno una visione positiva, ma personalmente credo ancora nella vita. Credo ancora che una famiglia possa vivere in armonia e pace con la possibilità di credere in qualcosa. Il mio Cinema ha una carica sociale molto forte, d’altronde io vivo in una povera e abbandonata cittadina nel cuore del Brasile.

CP: Ad ogni modo, lei crede che il Cinema possa dare qualcosa anche con una visione fortemente nichilista e pessimistica della vita?

FM: Sì. Non per niente Dostoevskij è uno dei miei maggiori punti di riferimento letterari.

CP: E in questo senso ritiene che la sua poetica possa essere accostata a un autore come Tarr, pensando per esempio a lavori come “Il cavallo di Torino” o “Le armonie di Werckmeister”?

FM: Non potevate fare esempio più azzeccato di questo.

CP: Parlando invece in particolare della direzione registica e della realizzazione delle scene, è stato ispirato da qualche film in particolare?

FM: Ho visto più di 10.000 film in tutta la mia vita. Quando ero adolescente di solito guardavo più di 6 film al giorno, è un vizio…Sicuramente molti film e registi sono stati fonte d’ispirazione per le mie opere in questo senso.

CP: Concludendo, cosa pensa che il Cinema debba esprimere e dare alle persone?

FM: Attraverso i miei film provo a fuggire dalla mia memoria realizzando sempre un Cinema originale. La critica ha spesso affermato di notare parecchie somiglianze con Tarkovskij, Tarr, Malick, Polanski, Bresson e Weerasethakul nel mio Cinema. Così tanti riferimenti che voglio credere che il mio modo di fare film risulti originale. Io ho provato a farlo. Penso di essere oramai un regista con un mio linguaggio proprio personale. Ho ben impresso cosa voglio dire attraverso i miei film. In Brasile produco film indipendenti, film di guerriglia, film seri ed impegnati, con un preciso intento autoriale ma a causa delle difficoltà economiche finisco per impersonare tutti i ruoli di produzione nei miei film, fotografia compresa. Fortunatamente per me i miei due lungometraggi sono stati compresi ed apprezzati molto. Ho lavorato per quasi vent’anni nell’industria del Cinema, e quest’ultimo è la più grande espressione vitale per me. È più grande della vita stessa. Attraverso i film comprendo la mia vita. Devo apprendere ancora tanto da quest’arte ma penso che fare film dia una risposta a tutti i miei dubbi e alle mie paure.

9leuukw

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...