Halley

Halley (2012) – Sebastian Hofmann / Messico

Un’immagine quantomai scomoda, disturbante, quella che ci viene posta qui. Un punto di vista, una situazione, alquanto universali e, nel loro accento oltraggiosamente estremizzante, profondamente veritiere. Un vero e proprio martirio vivente quello subìto qui dal protagonista, ma un martirio che affonda le sue radici in una condizione ben più generalizzante e ancestrale di un qualsiasi oggi, proiettandosi in una temporalità incalcolabilmente e spaventosamente totalizzante. Ogni idea o immagine di cosa il termine “sofferenza” realmente significhi lascia immancabilmente spazio a ‘Halley’, l’espressione più concreta di tale sintomo.

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Beto è il guardiano di una palestra. La sua malattia degenerativa gli sta lentamente portando in disfacimento il corpo, ragion per cui deve rinunciare al suo lavoro. Le sue condizioni a dir poco disastrose lo rendono una sorta di morto-vivente, l’atrocità della sua situazione lo porta a barcollare per le vie della città, tra l’odore pestilenziale della carne marcia e le sue parti in progressivo disfacimento. Simpatizza con la proprietaria della palestra, sente attrazione verso di lei, ma il suo strazio atroce non gli permette di amare nè tanto meno di morire, l’agonia sembra non finire mai…

Una visione spaventosa e dirompente la suddetta. Con una forza d’impatto propria a poche opere Hofmann ricrea una parabola quasi grottesca riallacciandosi ad una sintomo vitale al contempo universale quanto follemente tangibile, attraverso il quale non ci si può esimere dal sentirsi chiamati in causa. Il lavoro compiuto qui, limpido e cristallino fin dalle prime inquadrature, è un vero e proprio scavo archeologico, teso a riportare alla luce in maniera volutamente clamorosa e turbante il dramma dell’esistenza, quello che vede l’uomo in costante lotta col mondo, in bilico tra la vita e la morte, schiavo di un destino intellegibile e di una vita di fatto dolorosa e catatonica. Fin dall’inizio si viene catapultati, attraverso immagini suggerenti fatica e sofferenza, in una routine pesante, greve, inutile, e soprattutto enormemente massacrante. Beto è un uomo ordinario, come tanti, ma fin dal primo momento si avverte in lui come una sorta di aura estraniante, che lo rende come uno spirito, volubile e trasparente, come un’anima in pena la cui esistenza è sospesa in un limbo di eterno dolore quasi dantesco. La sua vita è infatti un ripetersi di fatiche e dolori, di mute e interiorizzanti riflessioni di avvilimento. Il suo incedere è di una lentezza angosciante, il suo volto assomiglia a quello di un cadavere (per il quale difatti verrà scambiato durante la pellicola); il suo sguardo è come perso, la sua situazione ricorda a tratti quella della protagonista di ‘Martyrs’ nelle sequenza finali, e in effetti a pensarci meglio molti sono i punti in comune.

Quello a cui assiste lo spettatore è un vero e proprio inferno. Non è la vita o una semplice disavventura, quanto la riproduzione fedele e incensurata di come l’esistenza assume un carattere morbosamente agonizzante nel volto dei derelitti e degli emarginati, di chi ha smesso di credere in tutto, convinto in prima persona della mancanza di scopo e di felicità nella vita. Qui non esiste un divenire, non c’è uno sviluppo né un particolare evolversi di eventi, ma solo una muta sofferenza; quella che vediamo è una testimonianza col preciso scopo di suggerire i sintomi propri all’horror con la sola forza del quotidiano, col mero potere dell’immagine in tutto il suo vigore.

Senza dubbio però il grande lavoro è quello tecnico. È solo attraverso la geniale rappresentazione dell’autore che riusciamo a percepire e vivere intensamente ogni inquadratura. La regia sotto questo punto di vista compie un lavoro straordinario, lavorando in parallelo con la sceneggiatura in maniera straordinariamente flemmatica: disturbante, appannata, angosciante, in varie sequenze appositamente rallentata per conferire l’idea della fatica (ad esempio dove riprende atleti in palestra alle prese con duri esercizi, o quando vediamo mosche intrappolate in un recipiente coperto): attraverso tutte queste immagini allusorie viene conferita all’intera pellicola un’atmosfera claustrofobica e di costante spasimo fisico e mentale, raccapricciante sì per ciò che vediamo (si pensi alle varie scene che rimandano al corpo martoriato del protagonista), ma raccapricciante soprattutto per ciò che intendiamo esserci al di là di tutto ciò che è visibile, nel sottostato ideologico di un mondo inteso come ripetersi incessante di un dolore irreparabile.

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Voto: ★★★★/★★★★★

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