È solo la fine del mondo

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Juste la fin du monde (2016) – Xavier Dolan / Canada

In questo caso, di fronte ad un Cinema tanto personale, caratteristico, così succube delle emozioni in gioco, si parla di vissuto. L’intensità di cui si tratta trae linfa vitale dal vissuto che la precede e ciò non può sfuggire allo spettatore già conoscitore dell’operato dolaniano. Un ragazzo introdotto fugacemente, con brevi parole pronunciate dallo stesso, di cui si sa, quindi, poco e nulla, se non per intuizione. Dolan si ricrea palesemente nel protagonista Louis, le inclinazioni sessuali ed il richiamo ad un disagio relativo al periodo giovanile di vissuto familiare ne sono la riconferma. Un film, questo, che, dispiegandosi (narrativamente parlando) per gradi, senza ricondursi perentoriamente a determinate conclusioni e senza affibbiare colpe o meriti di sorta, preferisce lasciar supporre o accennare con raffinatezza, umanizzare a tratti certe figure, come quella di Antoine, lanciare sguardi verso un orologio a muro, un fringuello agonizzante, riscaldare i volti, gli interni, gli attimi in tutta la loro totalità con fasci di luce cristallina, sublime.

Dolan organizza, dunque, una sinfonia a cinque guidata da musiche a volte intonate a volte un po’ meno ma, senza un’ accurata precisione nella costruzione dei personaggi, ottiene un’opera che, a briglia sciolta, stona per i dialoghi spesso raffazzonati e dimostra nuovamente eccessivo spunto autobiografico. Nonostante ciò, l’impressione generale è piuttosto convincente: “È solo la fine del mondo” è estremamente sensibile e si muove con accortezza all’interno del tema prescelto (ancora il nucleo familiare al centro dell’attenzione), incanta per la minor presunzione dimostrata rispetto ai precedenti e vive di attimi ben calibrati, tesi come corde di violino e quasi mai tediosi. La ridondanze varie in gestualità e in scelte registiche persistono, la caratterizzazione dei personaggi lascia perplessi eccezion fatta per il protagonista e per la madre dello stesso mentre i restanti, ciascuno coi propri difetti (la Cotillard sostanzialmente inesistente in quanto individuo quanto semmai come meccanismo registico; Cassel stereotipato e caricato fino all’eccesso seppur ben giustificato e infine la Seydoux, opaca e monodimensionale) navigano nei propri schemi con uno script al di sotto delle proprie potenzialità.

Non è facile trasporre sul grande schermo opere teatrali, a volte non è proprio praticabile (in effetti si tratta di due mondi estremamente dissimili). L’autore canadese quindi va incontro ad una sfida non facile, anzi piuttosto coraggiosa, in questo caso rifacendosi alla piéce di Jean-Luc Lagarce, che dà il nome al film e dove sembra trasferirvici i meccanismi scenici con una certa platealità, non nascondendo pertanto la natura originaria dell’opera. Un’operazione chirurgica che come al solito si fa premiare per la propria onestà, valore sempre e comunque presente nei lavori del regista. Ciò che però affascina, di fatto, è la dinamicità della resa, la costruzione puramente cinematografica del tutto (la composizione delle inquadrature, i movimenti di macchina, l’impiego della fotografia), seppur derivante come detto da un impianto strutturale che non aiuta in questo senso. Il sonoro si riconferma strumento primario per enfatizzare la ripresa (qui se ne fa un uso variegato, dall’inserimento risoluto di canzoni popolari alla totale assenza dello stesso, in momenti in cui il silenzio vuole privilegiare lo sguardo), le luci e la fotografia lo sono altrettanto: inquadrature vivaci, ricche di colore, molto spesso fissate solo sul volto dei personaggi per cercare di ricreare comunicazione non solo per mezzo dell’espressiva ma altresì dell’espressione facciale, una smorfia, un sorriso (basti pensare che lo stesso protagonista difficilmente si manifesta con più di due o tre parole per battuta).  Alti e bassi emotivi che convergono in un finale esplosivo, una scossa che non pensa a chiudere ciò che si era lasciato sospeso, preferisce risaltare il momento, smuovere lo spettatore e restituire un senso di trepidazione prima di concludersi. Ancora una volta il pathos davanti a tutto, come sempre nel Cinema di Xavier Dolan.

Voto: ★★★/★★★★★

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